Categoria: Interviste

A domanda risponde Laura Pugno

Marialuisa Fascì Spurio: Tra letteratura fantastica e romanzo di formazione, in Quando verrai hai scelto di raccontare un momento importante nella vita del tuo personaggio: l’adolescenza? Credi che esista una legame particolare tra questa fase della vita e quella oscura sospensione magica che pervade tutto il romanzo, l’elemento della soprannaturalità?

Laura Pugno: L’adolescenza è il passaggio della linea d’ombra, il momento in cui il nostro essere “mutaforma”, a differenza che nell’infanzia, può essere vissuto improvvisamente con angoscia. Nelle società tribali, è il momento in cui si diventa adulti e si fanno i conti con la morte: la possibilità di infliggerla, di riceverla, di vederla nelle persone care. Oggi non è quasi più così, ma questa valenza di fondo resta, e le esperienze che gli adolescenti attraversano – le scoperte, le prime volte, i superamenti del limite – vengono vissute dalla società come potenzialmente pericolose. E’ anche il momento in cui improvvisamente si risvegliano alcune malattie mentali e fisiche che a volte rimangono latenti nell’infanzia. Tutto questo forse non è soprannaturale, ma e’ naturale all’ennesima potenza come lo è il potere di Eva, che è sì una ragazzina fragile, ma ha anche un nucleo duro, indistruttibile, come il sasso che porta in tasca.
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Laura Pugno è nata a Roma nel 1970.
Nel 2001 ha raccolto le sue poesie, con alcune prose di Giulio Mozzi, in Tennis, Nuova Magenta Editrice. Il suo primo libro di racconti, Sleepwalking, è uscito nel 2002 per Sironi editore. Nel 2005 è stata finalista al premio di poesia Antonio Delfini e ha vinto il premio Scrivere Cinema all’Autumn Film Festival. Ad aprile 2007 pubblica il poemetto Il colore oro, per la casa editrice Le Lettere; A maggio 2007, il romanzo Sirene, per Einaudi. Nel 2009 ha pubblicato Quando verrai per la Minimum Fax.

a domanda risponde Dora Albanese

Giuseppe Merico: Il primo racconto della tua raccolta di storie brevi dal titolo “Non dire madre” è un lungo excursus (47 pagine) sul tentativo di diventare madre, non tanto madre negli anni o con l’esperienza, ma madre nell’immediatezza, nell’atto, nel concepimento. La scena si snoda appena fuori dalla sala operatoria. Tutto è già accaduto, tutto deve ancora accadere, tutto sta accadendo. La confidenza con il corpo è palpabile, quella con i sentimenti è accurata, sembra chirurgicamente sezionata con un bisturi che di razionale però non ha nulla, anzi riesci a muoverti utilizzando la scrittura seguendo stati d’animo spesso contraddittori e ipnotici, passami il termine. Ecco, leggendo questa prima storia e avvicinandomi alla seconda che porta lo stesso titolo della raccolta, ho avuto l’impressione che stessi scrivendo un romanzo e che dietro a tutte i racconti ci fosse un filo conduttore che è il sentire femminile, fortemente accentuato e sottolineato, il distacco dalla propria terra, il ritorno, l’emancipazione. Possiamo parlare di “Non dire madre” come di una serie di racconti autonomi che nascondono invece un romanzo?
Dora Albanese: Molti critici hanno definito questa raccolta di racconti un vero e proprio romanzo a puntate, per una serie di elementi anche sopra citati. Il filo conduttore del libro è la maternità, affrontata da personaggi tutti diversi per età e luoghi: si passa infatti da un Sud arcaico ad una Roma forse troppo moderna. Va bene dunque l’idea del romanzo, anche se sono molto legata alla forma del racconto, provenendo da una cultura contadina, in cui il racconto, se pur orale, è il mezzo più importante attraverso cui la gente ha sempre potuto comunicare paure, fantasie, suggestioni, desideri nascosti, e allontanarsi dalla solitudine e dal silenzio.

Giuseppe Merico:
Ripensando ai racconti “Tutto sbagliato” e “Lo zio d’America” mi pare di scorgere queste figure maschili come soffocate da un velo di inadeguatezza, di fragilità. In “Tutto sbagliato”, il coprotagonista dal nome di Carlo decide di cambiare sesso, “di poter diventare Carla, anzi Carlotta, e riuscire a togliersi dalla faccia il volto di suo padre, e cancellare per sempre quei lineamenti che gli hanno fatto male”. In “Lo zio d’America” parli dell’uomo che non c’è, una figura affascinante che si affaccia pieno di impeto, quasi splendente, nella vita di una ragazza che trascorre le vacanze d’agosto a Stigliano, in Lucania, per poi sparire e ricomparire anni dopo, malato. Ti chiedo se queste figure maschili abbiano una qualche forma di potenza evocativa contrapposta alla forza matrilineare ampiamente sviluppata nella raccolta.
Dora Albanese: Ho cercato, nel raccontare alcune “vite maschili” di fare emergere un altro tipo di fragilità, diversa da quella femminile, che è sicuramente più fisica e feroce. La fragilità maschile che traspare dalla mie pagine è piena di silenzi e di rinunce, satura di tanti, forse troppi piccoli gesti: come nel caso dell’uomo che non c’è, oppure fatta da “attacchi di panico” intesi come “scosse salva vita”, come nel caso del racconto “Tutto sbagliato”. Faccio emergere le debolezze di chi è destinato a “generare” – la donna – e di chi è condannato ad essere per sempre “generato”, – l’uomo –.

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Dora Albanese è nata a Matera nel 1985. Dal 2004 vive a Roma, dove studia antropologia. Ha pubblicato racconti su riviste e quotidiani. Questo è il suo primo libro. L’autrice, martedì 15 dicembre 2009, sarà ospite della rassegna Dalla A allo Zammù (via Saragozza 32/a, Bologna)

h. 20.30 :: Hacca: progetto, catalogo e aperitivo
interventi di Francesca Chiappa, Andrea Di Consoli, Maurizio Ceccato

21.30 :: Dora Albanese, Non dire madre (Hacca) – introducono Barbara Gozzi e Giuseppe Merico
Prepotente come l’esordio di questo romanzo, di bellezza pari all’intensità e alla violenza dei sentimenti di una madre, della madre che racconta cosa significa dare alla luce un bambino, e cosa significa avere diciannove anni, in quel momento, ricordo d’aver letto poco, negli ultimi anni. Forse niente.
(Gianfranco Franchi | Lankelot.eu)

a domanda risponde Ilaria Giannini

Antonio Tirelli :: Sono molti gli studiosi – psicologi, sociologi, etc. – che ultimamente indagano i tortuosi territori dell’amore.
Il tuo libro parla di relazioni problematiche, in alcuni tratti estreme, almeno sotto il punto di vista delle ricadute emotive sui protagonisti. Questa problematicità è un’invenzione letteraria o una caratteristica reale dei rapporti sociali odierni?

Ilaria Giannini :: Non avendo ambizioni da sociologa ma solo da scrittrice non posso testimoniare se questa problematicità sia un dato di fatto nella maggior parte delle relazioni che si vivono nel cosiddetto mondo reale. In Facciamo finta che sia per sempre ho voluto declinare il tema dei rapporti d’amore in diverse storie e personaggi che hanno un unico denominatore comune: provare un sentimento forte e non essere maturi per gestirne le conseguenze, per questo i loro rapporti sono problematici e instabili. Credo che quando una storia d’amore non si limita all’aspetto di facciata ma in qualche modo riesce a toccare la nostra interiorità e a scoperchiare le nostre debolezze diventa in ogni caso estrema perché ci costringe ad affrontare noi stessi.
Un compito molto difficile da cui i miei personaggi tentano di fuggire fino alla fine ma che è l’unica strada per crescere sia singolarmente che come coppia.

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Ilaria Giannini è nata nel 1982 a Pietrasanta (Lucca). Laureata in Scienze politiche, vive e lavora a Firenze come giornalista. Ha pubblicato un racconto nell’antologia Scrittura mista (Edizioni ETS) e nelle antologie di alcuni premi nazionali di poesia. Cura la rubrica letteraria Catching in the rye sul blog collettivo Avantopop.net e partecipa al progetto SIC – Scrittura Industriale Collettiva. Il 21 aprile 2009 è uscito  per Intermezzi Editore Facciamo finta che sia per sempre, il suo primo romanzo.

Ilaria Giannini, martedì 24 novembre 2009, sarà ospite della rassegna Dalla A allo Zammù (via Saragozza 32/a, Bologna)

h. 19.30 :: Intermezzi Editore: progetto, catalogo e aperitivo
dal WebSite Horror al Mostro della piscina di Marco Candida passando per Io volevo Ringo Starr di Daniele Pasquini.
interventi di Chiara Fattori, Daniele Pasquini, Gianluca Morozzi, Antonio Tirelli

h. 21.30 :: Ilaria Giannini, Facciamo finta che sia per sempre (Intermezzi Editore) – introducono Antonio Tirelli e Marco Nardini
Nicole è ossessionata dal suo passato. Martina è innamorata di lei. Stefano è uno psicologo affetto da manie di grandezza. Paolo è morto in uno strano incidente stradale. Quattro grandi amori, quattro solitudini che si rincorrono nella malinconica bellezza della Versilia. Quattro anime alla ricerca di un qualcosa che dia un senso alle loro vite. Tutti puntano alto, qualcuno gioca sporco, nessuno vince.

a domanda risponde Gherardo Bortolotti

Antonio Tirelli: Nell’ambito della narrativa italiana esiste ancora la capacità o la volontà di sperimentare con cognizione di causa?

Gherardo Bortolotti: Devo dire che la tua domanda mi mette un po’ in difficoltà, dato che non seguo in modo sistematico la produzione corrente e quindi non ho un’immagine della narrativa italiana sufficiente a farmi dire quali sono le linee di sviluppo in corso, quali aree sono più dinamiche e quali invece ristagnano.
Chiarita questa cosa, ti posso dire che la mia impressione (perché, appunto, è di questo che si tratta) è che più che la mancanza di una volontà o di una capacità di sperimentazione ci sia una specie di fortissima interiorizzazione, da parte degli autori, dei meccanismi del mercato editoriale. Cioè: mi sembra che molti autori si pongano il problema di utilizzare moduli alternativi alla narrazione tradizionale e che riescano magari a portare avanti, in alcune sedi, una ricerca di questo tipo. Tuttavia, nel momento in cui si pongono la questione di “pubblicare un libro”, ecco che sentono come strada obbligata la scrittura di un romanzo o di una raccolta di racconti. Come se davvero non ci potesse essere altro! Ed è in questo che vedo un’interiorizzazione delle regole di un mercato editoriale che è sempre più irrigidito su alcune distinzioni che, a loro volta, più ancora che di genere letterario mi sembrano merceologiche, con una specifica targetizzazione del pubblico. E la mia impressione è che questa normalizzazione da parte del mercato è tanto più forte quanto più è debole, come nel caso italiano, il mercato stesso.
Sia chiaro, sto parlando in termini generali. Tant’è che proposte interessanti ed eterodosse, per così dire, non sono mancate negli ultimi anni (da Nove a Moresco, per esempio). D’altra parte, la stessa collana Arno in cui appare anche il mio testo, pubblicata da Lavieri e curata da Domenico Pinto, può dare parecchi esempi (da Marco Palasciano a Giovanni Cossu e Maurizio Rossi). E, infine, se le mie stesse scarse letture hanno avuto la fortuna di incontrare testi come Neuropa di Gianluca Gigliozzi, Personaggi precari di Vanni Santoni o Limbo mobile di Ugo Coppari, direi che di cose interessanti in giro ce ne sono!
Quindi, al di là delle considerazioni che facevo prima, sicuramente una serie di ricerche sono in corso e credo proprio che rispecchino la volontà e la capacità di sperimentare di diversi autori italiani. Quello su cui dovremmo interrogarci, piuttosto, è se queste ricerche possono ottenere una visibilità maggiore e se riescono a fornire ai lettori gli strumenti adeguati a gestire le proprie esperienze – in un mondo in cui è sempre più difficile ricondurre gli eventi ad una trama chiara e coerente, in cui la soggettività è sempre più scomposta ed in cui la nostra percezione del tempo è sempre meno lineare.

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Gherardo Bortolotti | http://www.bgmole.wordpress.com
Nel 2005 ha pubblicato l’e-book Canopo (Cepollaro E-dizioni), nel 2007 la plaquette Soluzioni binarie (La camera verde) e il wee-chap tracce per dusie 103-197 per <dusie.org>. Con Michele Zaffarano cura la collana «Chapbooks» per Arcipelago Edizioni. È tra i fondatori e curatori del blog di traduzioni e letteratura sperimentale <gammm.org>.
Il 27 ottobre 2009, nei locali di Zammù a Bologna, aprirà la nuova stagione letteraria della Casa Lettrice Malicuvata con il suo ultimo libro Tecniche di basso livello (Lavieri edizioni).
L’autore sarà introdotto dall’editore Marcello Buonomo e dal nostro Antonio Tirelli.

Passaggi di Paolo Mascheri

Fabrizio Bolognesi: I personaggi principali de Il Gregario sembrano attraversati da una certa solitudine di fondo, accompagnata spesso dall’incapacità di essere compresi dal prossimo. Quanto, secondo te, questa condizione psicologica è strettamente legata, in un rapporto di causa ed effetto, con la società del benessere?
Paolo Mascheri: No, non credo che questa solitudine sia connessa alla società del benessere. E per quella che è la mia idea di letteratura non ho grande interesse a scrivere romanzi sulla società e sul paese. Il mio interesse è focalizzato sull’uomo, sulla natura dei rapporti, dei legami, sulla fragilità del corpo umano.

Gianfranco Franchi: Caro Paolo, sono passati tanti anni dal tuo esordio, Poliuretano. Io ho la sensazione che un bel giorno tornerò a leggere tuoi racconti, e credo proprio che si tratterà di un libro formidabile. Posso sperare?
Paolo Mascheri: Caro Gianfranco, lei è molto gentile. Ma sa benissimo come la penso. Pubblicherò qualcosa di nuovo- un romanzo o dei racconti- solo se reputerò il lavoro all’altezza dello standard prefisso, altrimenti potrò benissimo starmene a casa per i prossimi anni. Credo che dopo una pubblicazione ci sia sempre la necessità di tempo per migliorare e studiare e per disintossicarsi dal mondo editoriale.

Gianfranco Franchi:
Caro Paolo, tanti anni fa hai scritto che prima di conoscermi pensavi che io fossi una testa di cazzo. Adesso, sei anni dopo, sei tornato sui tuoi passi? Quanto a me, sai benissimo come la penso.
Paolo Mascheri: Gentile Franchi, sa benissimo che è stata quella famosa perifrasi a lanciare il suo Disorder… Non capisco che senso abbia rivangare ora, per giunta in pubblico, cose dal sottoscritto scritte anni e anni fa!

Passaggi di Vanni Santoni

Gianluca Liguori: I personaggi de Gli Interessi in comune, alla fine del racconto, escono tutti, in qualche modo, sconfitti. Si adagiano, si adattano, a quello che la vita gli lascia. Percepisco un richiamo evidente a quest’epoca di incertezza sul futuro. Che speranze ci sono, per loro?
Vanni Santoni: Personalmente non la vedo come una uscita troppo negativa, almeno rispetto a cosa la società offre loro. Prendiamo il Paride, quando Iacopo lo ritrova che lavora al bowling pensa “poveraccio” ma in realtà tornare a lavorare nella propria comunità locale una volta era la cosa più normale del mondo. C’è come un’illusione, tipica della contemporaneità, secondo la quale dovremmo finire tutti a fare gli art director a Berlino.
Parlando dei tre personaggi che troviamo in chiusura, Iacopo, Malpa, Dimpe, non mi pare che si possano in alcun modo definire sconfitti, anzi: quel riveder le stelle (in acido, quindi impenitenti e anzi fieri dei propri viaggi) prelude a una serena accettazione dell’età adulta, e sicuramente sono a quel punto attrezzati per affrontarla. Semplicemente, ci sono arrivati più tardi, ma dal loro ghigno viene quasi da pensare che ne sia valsa la pena.
Ci sono gli sconfitti, certo, penso a Mimmo, Sandrone, Loriano… In questi casi non ci sono grosse speranze (nel caso di Loriano nessuna, ovviamente) ma il problema è che speranze (nel senso: speranze di fare qualcosa di diverso da avere un lavoraccio trovarsi una donna e crescere i figli con l’aiuto dei genitori) non ne hanno mai avute dalla nascita, semplicemente si è rotta l’illusione.
C’è infine il Mella. Che fine ha fatto? Vittoria o sconfitta? Tra i lettori che mi hanno scritto c’è chi dice sia morto, chi lo vuole stimato professionista con figli. Di certo ha trasceso la materia letteraria e fa parte del mondo esterno al libro, quello di quel sustrato di leggende che fanno da mito di fondazione al gruppo stesso suo e dei suoi amici.

Gianluca Liguori: Trascorrono dieci anni dal primo all’ultimo viaggio con l’LSD dei protagonisti. Succedono cose, riflessioni, esperienze, si vive. Mi sembra una costante che accompagna l’intero scorrere del romanzo. Qual è il tuo personale rapporto col tempo, con lo scorrere del tempo?
Vanni Santoni: Se parliamo a livello di pura speculazione filosofica, credo che il tempo sia una dimensione come le altre, solo che non abbiamo la stessa libertà di movimento (il mio pensiero lo metto in bocca a Iacopo nel capitolo dedicato alla salvia).
A livello letterario, sì, mi interessano i tempi lunghi, anche nel nuovo romanzo che sto scrivendo i personaggi si muovono in un arco temporale piuttosto vasto. Forse è una reazione rispetto a Personaggi precari, dove ogni personaggio è sempre preso in un instante singolo e cristallizzato. Sicuramente mi interessano molto quei cambi sottili nella personalità e nella visione del mondo che sono più debitori del mero scorrere del tempo che di questo o quell’evento.

Roberta Ragona: Si legge spesso il tuo nome quando si parla di autori che vedono di buon occhio il copyleft; Personaggi precari era stato presentato anche al Copyleft Festival in quel di Arezzo. Come mai invece Gli interessi in comune è uscito sotto copyright?
Vanni Santoni: Ho proposto il copyleft ma l’editore si è opposto. Purtroppo nell’editoria italiana, anche quella più grande e attenta al nuovo, esiste tutt’ora un grosso (e a mio avviso dannoso) pregiudizio nei confronti del copyleft. Il perché è molto semplice: si teme – si è terrorizzati – di vendere meno.
Ora, questo è un assunto del tutto sbagliato, poiché l’oggetto-libro, a differenza del CD, non viene riprodotto semplicemente copiandone il contenuto (altrimenti anche le fotocopie sarebbero una seria minaccia alla narrativa… suvvia!), ma anche dannoso in quanto la possibilità di scaricare gratuitamente un testo ha la medesima esatta funzione dello “sbirciare” in libreria: se poi il libro piace, lo si compra. Per fare un esempio, un recente studio calcolava che l’autore più “piratato” al mondo, Paulo Coelho, aveva venduto circa un milione di copie in più grazie alla circolazione su Internet dei suoi testi fotografati e reimpaginati in pdf. Restando in casa nostra, gli Wu Ming, che hanno potuto “imporre” il copyleft alla Einaudi grazie al loro esordio letterario come parte di Luther Blissett, progetto che includeva tra le proprie “bandiere” quella della libera circolazione del sapere, sono una dimostrazione evidente dell’assurdità di tale paura: i loro libri sono tutti liberamente scaricabili, eppure vendono che è un piacere.
Tutto questo senza neanche entrare nel merito delle possibilità di studio e ricerca che offrirebbero biblioteche del tutto “aperte”.

Passaggi di Gianluca Morozzi

Vanni Santoni: Racconta la tua formazione fumettistica, dagli albori a oggi, e come ha influenzato la stesura di “Colui che gli dei vogliono distruggere”.
Gianluca Morozzi: Il mio rapporto maniacale e morboso con i fumetti è nato il giorno in cui mio nonno mi ha regalato un numero dell’Uomo Ragno (editoriale Corno) intitolato “Faccia a faccia con il morto”. Avevo sei anni. Da allora ho collezionato e colleziono ancora ogni albo e volume possibile che abbia a che vedere con i supereroi Marvel e Dc. Nel frattempo, leggendo i supereroi, ho scoperto alcuni geni assoluti come Grant Morrison e il grandissimo Alan Moore, di cui ho letto tutto il leggibile, ho scoperto Peter Bagge e Love and Rockets… e, soprattutto, un giorno mi è capitato in mano un volumetto di Andrea Pazienza, e quel giorno mi sono chiesto come avevo fatto sin lì a vivere senza aver letto quel genio. Per cui, a cadenza più o meno biennale, mi ricompro le nuove edizioni di Pertini, o di Pompeo, o di Pentothal, sempre sperando in mezza tavola inedita…
In Colui che gli dei vogliono distruggere è entrato un po’ tutto… il supereroe alla Alan Moore (Supreme, o Tom Strong), i cinquant’anni di congelamento (Capitan America), le origini risalenti all’ottocento (Wolverine), accenni alla Legione dei Supereroi… e le sottotrame eterne che si trascinano numero dopo numero, con l’arcinemico che trama nell’ombra pronto a colpire…

Vanni Santoni: Tu scrivi un sacco di libri. Ergo ti sarai già chiesto qual è il ruolo dello scrittore oggi. Diccelo.
Gianluca  Morozzi: In realtà non me lo sono chiesto affatto. Se inizio a pormi domande su quello che è il ruolo dello scrittore e le responsabilità dello scrittore nei confronti del mondo e il peso dello scrittore di fronte alla società, inizio ad andare in crisi e a scrivere delle porcate allucinanti. Preferisco andare avanti come un treno, scrivere senza pensare a quel che significa ciò che sto scrivendo per l’universo-mondo ma solo quel che significa per i miei lettori, per me e per il mio editore. Per fare discorsi seri, ci sarà tempo più avanti. Intorno al trentacinquesimo romanzo.

Passaggi di Gianfranco Franchi

Decimo Cirenaica: Cos’è Monteverde? Una raccolta di racconti, un romanzo o uno zibaldone di pensieri?
Gianfranco Franchi: Tecnicamente, il libro è nato per essere una raccolta di racconti strutturata con una precisa architettura, precise e determinate corrispondenze tra una sezione e l’altra, anticipazioni e richiami interni in punti predeterminati del testo. Qualche filologo se ne è accorto e ci si sta divertendo. Ab origine, questo libro era soltanto una struttura, disegnata con tutta una serie di frecce in corrispondenza di certi titoli. L’idea era che questa raccolta di 47 (“morto che parla”) pezzi, strutturata in 5 sezioni da 9 e una da 2, intervallati da interludi, avesse la compattezza d’un romanzo e fosse leggibile come un romanzo. E’ accaduto, a dar retta alla critica: tutti parlano di “romanzo”, ma “Monteverde” è e rimane una raccolta di racconti. E’ il terzo pannello della mia “Trilogia dell’Identità”: viene dopo “Disorder” (raccolta di racconti, 27 pezzi. 27 sta per “San Paganino”) e “Pagano” (antiromanzo: pamphlet politico+romanzo breve), e non avrà seguito. “Trilogie in cinque libri” poteva scriverne solo Douglas Adams.

Decimo Cirenaica: Perché hai scelto questo titolo?
Gianfranco Franchi: Il mio libro si chiamava “New Order”. Proprio perché chiudeva una trilogia nata con “Disorder”. Il gioco – al di là dell’omaggio a Kandinski – serviva a parlare in codice ai fan dei Joy Division. Si parte da “Disorder”, prima traccia del primo disco, “Unknown Pleasures”, e si finisce con “New Order”, il nome scelto dalla band dopo la morte di Ian Curtis. Alessandra Gambetti, che ha scelto e comprato il libro, mi ha suggerito di cambiare titolo e ha proposto “Monteverde” come soluzione. In effetti, tutta la trilogia è ambientata a Monteverde; Monteverde è uno stato mentale; io vivo qua da 30 anni; siamo ai piedi dell’ottavo colle, romani-non romani; è una vita che parlo del territorio, del mio territorio; e così… niente, l’idea m’ha convinto. E’ un titolo rispettoso del mio lavoro e della mia scrittura, e fedele al mio spirito. E’ chiaro che per me questo libro continua a chiamarsi “New Order”, ma tanto in Italia non frega un cazzo a nessuno degli autori, giusto? Siamo figure funzionali, di solito, abbiamo pochi amici, qualche fan, un po’ di buona critica, cose del genere. Va bene così.

Decimo Cirenaica
: Una delle sezione del tuo libro è dedicata al Lavoro: è possibile discutere di Lavoro senza il filtro quotidiano del politico? Liberarsi dall’ideologia del lavoro è l’urgenza dei nostri tempi?
Gianfraco Franchi: Guarda, io sono figlio di un sindacalista, e nipote di un imprenditore che ha avuto parecchi dipendenti, a suo tempo. Sento molto il problema perché, a differenza del nonno padrone e del padre sindacalista, io incarno il lavoratore atipico, l’intellettuale partita Iva, che tutti pagano poco e male e con molti ritardi, e tutta la mia vita è stata rovinata dalla scelta professionale (ed esistenziale) compiuta in gioventù. Per darmi alla letteratura mi sono negato alla borghesia. Scelta pagata a carissimo prezzo. E’ da fine 2002, da quando mi sono laureato, che soffro – come tutti gli umanisti – per questa situazione contrattuale, economica e professionale. E’ chiaro che dobbiamo batterci perché si discuta di lavoro senza filtro del fu Partito Comunista e relative metamorfosi poco credibili, e senza il filtro del loro sindacato. La storia recente – non quella remota – ha dimostrato quanto male abbiano fatto i partiti ai lavoratori, tradendoli e abbandonandoli alle riforme uliviste e forziste. Liberiamoci dei partiti e delle ideologie sporche di sangue, puntiamo sulle idee e sull’ideale: un ideale semplice. Che ciascuno possa lavorare guadagnando dignitosamente, e possa permettersi di vivere con semplicità e onestà senza dover truffare il fisco o senza dover truffare il prossimo. E che le tasse alle imprese diminuiscano: e che siano seriamente incentivate ad assumerci. Che altro? Io adoro lavorare. Lavorerei tutto il giorno. Perché mi ritrovo in queste condizioni? Che ne so. So solo che sono anni che mi spacco la schiena tra editoria, agenzie pubblicitarie, giornali, etc, ma qui non cambia niente. Se in un mese guadagno 1.200 euro, lavorando 10-12 ore al giorno, apro lo champagne. Una badante guadagna più di me. Mi sembra una gran porcata. Molto italiana. Troppo comune. Ne riparliamo a voce.

[E in effetti ne abbiamo riparlato a voce:  Libreria Mieleamaro per Passaggi per il bosco :: CA|18-26luglio2009 . Grazie Sara!]

Passaggi di Simone Rossi

Alfio Génitron: Ricordo un giardino e il telo che avete sistemato. Era un telo? mi verrebbe da chiederti, poi mi dico che le domande da fare sono altre, quindi continuo a ricordare i vostri panni stesi (mattina? vi eravate appena svegliati?) e il giornale che sfogliavi e ci scrivevi sopra il numero della scena: tre personaggi, tre scene. E quando dici che la trama è un orpello inutile, un polveroso residuo dei tempi in cui ancora si utilizzava la parola “orpello”, mi dico che sì: sono d’accordo con te. E quando mi dici che la storia procede per immagini, citazioni, frammenti, suggestioni e sinonimi vari, ricordo, sì, ricordo di essermi seduto su una delle prime sedie e aver mangiato la pizza in attesa che arrivassero tutti. E tu sfogliavi il giornale. E lei ci guardava uno per uno: cercava incipitto.
In effetti adesso dovrei farti una domanda: cos’è Angolo T?
Simone Rossi: Angolo T è uno spettacolo teatrale, tratto da un racconto che porta lo stesso T-tolo.
E’ una storia sull’incapacità di iniziare, sulla necessità di concludere e sulla facilità di confezionare. C’è anche dell’amore, in mezzo.
E’ popolato di personaggi: alcuni sono inventati di sana pianta, altri li ho rubati.
I tre personaggi che ho inventato si chiamano: Incipitto, Confezionatore e Finalizzatore.
Angolo T ha qualche parentela con Italo Calvino, Gilles Deleuze e Fabrizio De Andrè.
C’è un’attrice in scena. Lei è contemporaneamente narratrice della storia e interprete di tutti i personaggi. C’è della musica, suonata con strumenti piccoli.

Alfio Génitron: Scusa potresti ripetere?
Simone Rossi: Angolo T mi ricordo di averlo scritto un pomeriggio dentro un bilocale che adesso non c’è più, ma Angolo T c’è ancora. La prima che l’ha letto, come sempre, è stata Enrica. L’ha letto ad alta voce, e io mi sono ricordato quanto mi piacciono le letture ad alta voce. Con la musica sotto, poi. Allora ci siamo messi lì e l’abbiamo riletto, con il clarinetto, che fa anche rima. E pure con l’ukulele, e la chitarra, e lo xylofono. Leggi che ti rileggi, la voce narrante di Angolo T è diventata quella di un personaggio androgino in pigiama, seduto su una sedia molto piccola sopra un tappeto molto rosso.
La trama del racconto non esiste, il racconto è diventato un reading, cioè uno spettacolino tascabile.
Lo spettacolino dura mezz’ora: sembra che non succeda niente, e invece.
Alla fine di Angolo T, tutti bevono il tè.

[Da Passaggi per il bosco: Angolo T di e con Enrica Camporesi e Simone Rossi]

Passaggi per il bosco: lettere in musiche da periferia

pieghevolepercalendario_dimensionata_sitoIl Gruppo Opìfice organizza e promuove Passaggi per il bosco: lettere in musiche da periferia, un festival tra letteratura e musica che animerà le serate cagliaritane dal 18 al 26 luglio 2009.

 Passaggi per il bosco è strutturato come da programma: diversi luoghi tra Cagliari, Quartu Sant’Elena, Sinnai e Serdiana ospiteranno libri, reading, teatro senza spettacolo, fotografie, quadri, fumetti, riviste letterarie, film. Gli eventi del tardo pomeriggio si svolgeranno in libreria. Dal 22 al 24 luglio, dalle ore 21.00 in poi, il festival si trasferirà a Serdiana. Per ogni serata è previsto un buffet a dieci euro con prenotazione obbligatoria. Il 25 e il 26 luglio il portone vecchio tarlato di Villa Birmano Seurat si spalancherà per un epilogo letterario, musicale e cinematografico. Il fumettista Luca Congia disegnerà dal vivo durante tutte le serate del festival.
Numerose le collaborazioni. In abbinamento al festival  verrà promosso il progetto letterario Passaggi per il bosco :: racconti di periferie – estate 2009. Un concorso di racconti a tema con scadenza il 15 luglio 2009. I migliori racconti saranno pubblicati su opifice.it e letti durante il festival letterario.

La successiva selezione porterà alla pubblicazione in volume.

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Passaggi per il bosco :: Il programma

Sabato18luglio2009
h. 19.00 :: Libreria PrimaLibri – Quartu Sant’Elena :: Luigi Cojazzi, Alluminio (Hacca) – introducono Grigi Bolero e Francesca Casula

Mercoledì22luglio2009
h. 19.00 :: LIBRERIA MIELEAMARO – Cagliari :: Vanni Santoni, Gli interessi in comune (Feltrinelli) – introducono Giovanni Curreli e Roberta Ragona

h. 21.00 :: IS PAULIS – Serdiana :: Buffet a 10 euro: prenotazione obbligatoria

h. 22.00 :: IS PAULIS – Serdiana:: Passare al bosco: sì ma come? mescolanze opificiste tra Ernst Jünger e Carmelo Bene

h. 23.00 :: IS PAULIS – Serdiana :: Finger Food. Parole Note e Buffet con Gustavo Pratt (alias Paolo Maccioni), Scrittori à la carte (Aìsara) e Gianni Zanata, Prestami una vita (Edizionirebus) – letture di Elio Turno Arthemalle e musiche di Nicola Cossu

h. 24.00 :: IS PAULIS – Serdiana :: Angolo T di e con Simone Rossi e Enrica Camporesi

Giovedì23luglio2009
h. 19.00 :: LIBRERIA MIELEAMARO – Cagliari :: Paolo Mascheri, Il gregario (Minimum fax) – introducono Gianfranco Franchi e Fabrizio Bolognesi

h. 21.00 :: IS PAULIS – Serdiana :: Buffet a 10 euro: prenotazione obbligatoria.
 
h. 22.00 :: IS PAULIS – Serdiana :: Vanni Santoni, Gli interessi in comune (Feltrinelli) – introduce Giovanni Curreli

h. 23.00 :: IS PAULIS – Serdiana :: Gianfranco Franchi, Monteverde (Castelvecchi) e Paolo Mascheri, Il gregario (Minimum fax) – introduce Simone Belfiori

h. 24.00 :: IS PAULIS – Serdiana :: Lavorare stronca se dio è distratto. Reading per voce sola divisa in tre di e con Angelo Zabaglio, Andrea Coffami e Gianluca Liguori (Tespi editore)

Venerdì24luglio2009
h. 19.00 :: LIBRERIA MIELEAMARO – Cagliari :: Gianfranco Franchi, Monteverde (Castelvecchi) – introducono Paolo Mascheri e Simone Belfiori

h. 21.00 :: IS PAULIS – Serdiana :: Buffet a 10 euro: prenotazione obbligatoria.

h. 22.00 :: IS PAULIS – Serdiana :: Pino Cabras, Strategie per una guerra mondiale – Dall’11 Settembre al delitto Bhutto (Aìsara) – introduce il Gruppo Opìfice

h. 23.00 :: IS PAULIS – Serdiana :: Gianluca Morozzi, Colui che gli dei vogliono distruggere (Guanda) – introducono Andrea Mascia e Roberta Ragona

h. 24.00 :: IS PAULIS – Serdiana :: BauBauSetteTer. Cagnolini in omaggio a John Fante da E il cagnolino rise (Tespi editore) :: di e con Simone Rossi, Vanni Santoni, Gianluca Liguori, Andrea Coffami, Decimo Cirenaica

Sabato25luglio2009
h. 19.00 :: LIBRERIA MIELEAMARO – Cagliari :: Gianluca Morozzi, Colui che gli dei vogliono distruggere (Guanda) – introducono Andrea Mascia e Vanni Santoni

h. 21.00 :: VILLA BIRMANO SEURAT – Sinnai :: Erwin de Greef, Per il resto chiedete a Pennac (Coniglio editore) – introducono Fabio Medda e Aventino Loi

h. 22.00 :: VILLA BIRMANO SEURAT – Sinnai :: Perdas de Fogu. Dalla periferia dell’impero a un romanzo collettivo – Piergiorgio Pulisci, Michele Ledda, Giovanni Curreli

h. 23.00 :: VILLA BIRMANO SEURAT – Sinnai :: Quali modi diversi di fare Rete: opìfice – finzioni – sic – scrittori precari – mama sabot – megachip

h. 24.00 :: VILLA BIRMANO SEURAT – Sinnai :: Reading Sottovoce da Racconti di periferie09 a cura di Gruppo Opìfice


Domenica26luglio2009

h. 20.00 :: VILLA BIRMANO SEURAT – Sinnai :: I dialoghi nel cinema muto: che ne dite di un film?

h. 22.00 :: VILLA BIRMANO SEURAT – Sinnai :: Reading Sottovoce da Racconti di periferie09 a cura di Gruppo Opìfice

h. 23.00 :: VILLA BIRMANO SEURAT – Sinnai :: quartetto ionta jazz

 

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Passaggi per il bosco :: Luoghi
Libreria Mieleamaro, Via Manno 88 – Cagliari
Libreria Primalibri, Via Gorizia 95/A – Quartu Sant’Elena
Is Paulis Ristorante, SS 387 Km. 22,900 – Serdiana
Villa Birmano Seurat, Via dei Senza Nome Numerati 7 – Sinnai

Passaggi per il bosco :: Presenze
Casa Lettrice Malicuvata – malicuvata.wordpress.com
Finzioni. Rivista di lettura creativa – finzionimagazine.it
Eggs – eggs.altervista.org
Lankelot. Letteratura e Sogni – lankelot.eu
Scrittori Precari – comic-soon.com/blog/precari
SIC. Scrittura Industriale Collettiva – scritturacollettiva.org
Luca Congia. Fumettista – lucacongia.it
Roberta Ragona aka Tostoini – tostoini.it
UnicaRadioCagliari – unicaradio.it
TotalAgency – totalagency.blogspot.com
Associazione di Volontariato Amici di Viviana – amicidiviviana.it
Via Delle Belle Donne – viadellebelledonne.wordpress.com
Karalettura – karalettura.splinder.com
Carlotta Franzini – carlottinalab.blogspot.com
La Voce del Ribelle – ilribelle.com
Incursioni – centrostudimeridie.it
AssCultPress – asscultpress.com
Leggere Strutture Factory – leggerestrutture.it
Arianna Editrice – ariannaeditrice.it

Passaggi per il bosco :: Informazioni e prenotazioni
Giovanni Curreli 3400778698 | Simone Belfiori 3476864826
NB. I giorni 22, 23 e 24 luglio, nei locali di Is Paulis a Serdiana, verrà servito un buffet a 10 euro con prenotazione obbligatoria.

Passaggi per il bosco :: Ufficio Stampa
Giovanni Curreli, Via Einstein, 26 – 09126 – Cagliari
Web: opifice.it
E-mail: ufficiostampaopifice@gmail.com 

Tel: 3400778698

Passaggi per il bosco :: Progetto grafico
Mattia Piano – Hypnos Design
Web: eggs.altervista.org
E-mail: hypnos.design@gmail.com 

Tel: 3490593698

Passaggi per il bosco :: Promozione Web 2.0
Roberta Ragona aka Tostoini
Web: tostoini.it
E-mail: testuggine@gmail.com

Tel: 3491352107