Mese: settembre, 2009

Qualcuno ha morso il cane

Recensione di Giuseppe Merico

Titolo: Qualcuno ha morso il cane. Racconti di doppia vita
Autori: Reim Riccardo, Veneziani Antonio
Coniglio Editore, Roma 2008
pag: 240

img_stampAntonio Veneziani e Riccardo Reim, assieme per un’antologia di racconti sul doppio e sulla doppiezza. Il libro si apre con un’intervista nella quale i due autori si interrogano a vicenda: cosa ne pensano della doppia vita e se questa sia una scelta o una necessità. Dalla curiosità degli autori nasce quindi questa raccolta di racconti.

Le storie più incisive sono forse quelle più brevi che sembrano deflagrare attorno al tema scelto nel libro, senza indugi. Esemplare è ‘Il Mago Magia’ di Mario Castelnuovo nel quale il povero mago morirà di noia perchè non riesce più a moltiplicarsi in altre vite, in ‘Mi addormenterò su quei piedi nudi’ di Luca Giachi, la voce narrante svela i miseri retroscena della sua vita di uomo di potere , mente il suo desiderio più nascosto è quello di poter amare una donna, riappropriandosi quindi di un ruolo che gli dia ‘uno scampolo di luce’.

L’antologia scorre eterogena attraversando stili narrativi molto diversi tra loro, si va dalla prosa pura alla narrativa in forma di poesia fino al piccolo gioiellino che è l’intermezzo disegnato da Gianluigi Mattia e narrato da Antonio Veneziani, ‘Quaderno segreto.’

In ‘Come è’ di Carlo Bordini, invece, assistiamo a un semplice, ma toccante viaggio introspettivo narrato con un uso singolare delle lettere minuscole e maiuscole. Il libro si arricchisce di contributi adatti a una lettura che ha voglia, necessità di ricerca, vedi ‘La pulizia dell’immagine’ di Claudio Marrucci, fino al racconto più toccante della raccolta: ‘La una e la trina’ di Paolo di Orazio in cui Federica Da Siena, scappa di notte dal convento per infliggere torture ai suoi amanti. Vero gioco del doppio, dove il sacro non è mai tale se non agli occhi di credenti che necessitano di miracoli.

L’antologia sembra raccogliere narratori di diversa età e con diverse esperienze alle spalle, così che la visione del tema principale del libro non sia univoca, si va da Renzo Paris a Gabriele Dadati, da Filippo Scozzari a Franco Grillini, fino alla redattrice del Manifesto, Geraldina Colotti.

‘Qualcuno ha morso il cane’, non spiegherà scientificamente o in maniera accademica il bipolarismo psichico che può o potrebbe albergare in ognuno di noi, ma getta una luce soffusa e distorta su alcune storie che senza l’ambiguità del doppio non potrebbero esistere.

Passaggi di Gianluca Morozzi

Vanni Santoni: Racconta la tua formazione fumettistica, dagli albori a oggi, e come ha influenzato la stesura di “Colui che gli dei vogliono distruggere”.
Gianluca Morozzi: Il mio rapporto maniacale e morboso con i fumetti è nato il giorno in cui mio nonno mi ha regalato un numero dell’Uomo Ragno (editoriale Corno) intitolato “Faccia a faccia con il morto”. Avevo sei anni. Da allora ho collezionato e colleziono ancora ogni albo e volume possibile che abbia a che vedere con i supereroi Marvel e Dc. Nel frattempo, leggendo i supereroi, ho scoperto alcuni geni assoluti come Grant Morrison e il grandissimo Alan Moore, di cui ho letto tutto il leggibile, ho scoperto Peter Bagge e Love and Rockets… e, soprattutto, un giorno mi è capitato in mano un volumetto di Andrea Pazienza, e quel giorno mi sono chiesto come avevo fatto sin lì a vivere senza aver letto quel genio. Per cui, a cadenza più o meno biennale, mi ricompro le nuove edizioni di Pertini, o di Pompeo, o di Pentothal, sempre sperando in mezza tavola inedita…
In Colui che gli dei vogliono distruggere è entrato un po’ tutto… il supereroe alla Alan Moore (Supreme, o Tom Strong), i cinquant’anni di congelamento (Capitan America), le origini risalenti all’ottocento (Wolverine), accenni alla Legione dei Supereroi… e le sottotrame eterne che si trascinano numero dopo numero, con l’arcinemico che trama nell’ombra pronto a colpire…

Vanni Santoni: Tu scrivi un sacco di libri. Ergo ti sarai già chiesto qual è il ruolo dello scrittore oggi. Diccelo.
Gianluca  Morozzi: In realtà non me lo sono chiesto affatto. Se inizio a pormi domande su quello che è il ruolo dello scrittore e le responsabilità dello scrittore nei confronti del mondo e il peso dello scrittore di fronte alla società, inizio ad andare in crisi e a scrivere delle porcate allucinanti. Preferisco andare avanti come un treno, scrivere senza pensare a quel che significa ciò che sto scrivendo per l’universo-mondo ma solo quel che significa per i miei lettori, per me e per il mio editore. Per fare discorsi seri, ci sarà tempo più avanti. Intorno al trentacinquesimo romanzo.

Passaggi di Gianfranco Franchi

Decimo Cirenaica: Cos’è Monteverde? Una raccolta di racconti, un romanzo o uno zibaldone di pensieri?
Gianfranco Franchi: Tecnicamente, il libro è nato per essere una raccolta di racconti strutturata con una precisa architettura, precise e determinate corrispondenze tra una sezione e l’altra, anticipazioni e richiami interni in punti predeterminati del testo. Qualche filologo se ne è accorto e ci si sta divertendo. Ab origine, questo libro era soltanto una struttura, disegnata con tutta una serie di frecce in corrispondenza di certi titoli. L’idea era che questa raccolta di 47 (“morto che parla”) pezzi, strutturata in 5 sezioni da 9 e una da 2, intervallati da interludi, avesse la compattezza d’un romanzo e fosse leggibile come un romanzo. E’ accaduto, a dar retta alla critica: tutti parlano di “romanzo”, ma “Monteverde” è e rimane una raccolta di racconti. E’ il terzo pannello della mia “Trilogia dell’Identità”: viene dopo “Disorder” (raccolta di racconti, 27 pezzi. 27 sta per “San Paganino”) e “Pagano” (antiromanzo: pamphlet politico+romanzo breve), e non avrà seguito. “Trilogie in cinque libri” poteva scriverne solo Douglas Adams.

Decimo Cirenaica: Perché hai scelto questo titolo?
Gianfranco Franchi: Il mio libro si chiamava “New Order”. Proprio perché chiudeva una trilogia nata con “Disorder”. Il gioco – al di là dell’omaggio a Kandinski – serviva a parlare in codice ai fan dei Joy Division. Si parte da “Disorder”, prima traccia del primo disco, “Unknown Pleasures”, e si finisce con “New Order”, il nome scelto dalla band dopo la morte di Ian Curtis. Alessandra Gambetti, che ha scelto e comprato il libro, mi ha suggerito di cambiare titolo e ha proposto “Monteverde” come soluzione. In effetti, tutta la trilogia è ambientata a Monteverde; Monteverde è uno stato mentale; io vivo qua da 30 anni; siamo ai piedi dell’ottavo colle, romani-non romani; è una vita che parlo del territorio, del mio territorio; e così… niente, l’idea m’ha convinto. E’ un titolo rispettoso del mio lavoro e della mia scrittura, e fedele al mio spirito. E’ chiaro che per me questo libro continua a chiamarsi “New Order”, ma tanto in Italia non frega un cazzo a nessuno degli autori, giusto? Siamo figure funzionali, di solito, abbiamo pochi amici, qualche fan, un po’ di buona critica, cose del genere. Va bene così.

Decimo Cirenaica
: Una delle sezione del tuo libro è dedicata al Lavoro: è possibile discutere di Lavoro senza il filtro quotidiano del politico? Liberarsi dall’ideologia del lavoro è l’urgenza dei nostri tempi?
Gianfraco Franchi: Guarda, io sono figlio di un sindacalista, e nipote di un imprenditore che ha avuto parecchi dipendenti, a suo tempo. Sento molto il problema perché, a differenza del nonno padrone e del padre sindacalista, io incarno il lavoratore atipico, l’intellettuale partita Iva, che tutti pagano poco e male e con molti ritardi, e tutta la mia vita è stata rovinata dalla scelta professionale (ed esistenziale) compiuta in gioventù. Per darmi alla letteratura mi sono negato alla borghesia. Scelta pagata a carissimo prezzo. E’ da fine 2002, da quando mi sono laureato, che soffro – come tutti gli umanisti – per questa situazione contrattuale, economica e professionale. E’ chiaro che dobbiamo batterci perché si discuta di lavoro senza filtro del fu Partito Comunista e relative metamorfosi poco credibili, e senza il filtro del loro sindacato. La storia recente – non quella remota – ha dimostrato quanto male abbiano fatto i partiti ai lavoratori, tradendoli e abbandonandoli alle riforme uliviste e forziste. Liberiamoci dei partiti e delle ideologie sporche di sangue, puntiamo sulle idee e sull’ideale: un ideale semplice. Che ciascuno possa lavorare guadagnando dignitosamente, e possa permettersi di vivere con semplicità e onestà senza dover truffare il fisco o senza dover truffare il prossimo. E che le tasse alle imprese diminuiscano: e che siano seriamente incentivate ad assumerci. Che altro? Io adoro lavorare. Lavorerei tutto il giorno. Perché mi ritrovo in queste condizioni? Che ne so. So solo che sono anni che mi spacco la schiena tra editoria, agenzie pubblicitarie, giornali, etc, ma qui non cambia niente. Se in un mese guadagno 1.200 euro, lavorando 10-12 ore al giorno, apro lo champagne. Una badante guadagna più di me. Mi sembra una gran porcata. Molto italiana. Troppo comune. Ne riparliamo a voce.

[E in effetti ne abbiamo riparlato a voce:  Libreria Mieleamaro per Passaggi per il bosco :: CA|18-26luglio2009 . Grazie Sara!]

Passaggi di Simone Rossi

Alfio Génitron: Ricordo un giardino e il telo che avete sistemato. Era un telo? mi verrebbe da chiederti, poi mi dico che le domande da fare sono altre, quindi continuo a ricordare i vostri panni stesi (mattina? vi eravate appena svegliati?) e il giornale che sfogliavi e ci scrivevi sopra il numero della scena: tre personaggi, tre scene. E quando dici che la trama è un orpello inutile, un polveroso residuo dei tempi in cui ancora si utilizzava la parola “orpello”, mi dico che sì: sono d’accordo con te. E quando mi dici che la storia procede per immagini, citazioni, frammenti, suggestioni e sinonimi vari, ricordo, sì, ricordo di essermi seduto su una delle prime sedie e aver mangiato la pizza in attesa che arrivassero tutti. E tu sfogliavi il giornale. E lei ci guardava uno per uno: cercava incipitto.
In effetti adesso dovrei farti una domanda: cos’è Angolo T?
Simone Rossi: Angolo T è uno spettacolo teatrale, tratto da un racconto che porta lo stesso T-tolo.
E’ una storia sull’incapacità di iniziare, sulla necessità di concludere e sulla facilità di confezionare. C’è anche dell’amore, in mezzo.
E’ popolato di personaggi: alcuni sono inventati di sana pianta, altri li ho rubati.
I tre personaggi che ho inventato si chiamano: Incipitto, Confezionatore e Finalizzatore.
Angolo T ha qualche parentela con Italo Calvino, Gilles Deleuze e Fabrizio De Andrè.
C’è un’attrice in scena. Lei è contemporaneamente narratrice della storia e interprete di tutti i personaggi. C’è della musica, suonata con strumenti piccoli.

Alfio Génitron: Scusa potresti ripetere?
Simone Rossi: Angolo T mi ricordo di averlo scritto un pomeriggio dentro un bilocale che adesso non c’è più, ma Angolo T c’è ancora. La prima che l’ha letto, come sempre, è stata Enrica. L’ha letto ad alta voce, e io mi sono ricordato quanto mi piacciono le letture ad alta voce. Con la musica sotto, poi. Allora ci siamo messi lì e l’abbiamo riletto, con il clarinetto, che fa anche rima. E pure con l’ukulele, e la chitarra, e lo xylofono. Leggi che ti rileggi, la voce narrante di Angolo T è diventata quella di un personaggio androgino in pigiama, seduto su una sedia molto piccola sopra un tappeto molto rosso.
La trama del racconto non esiste, il racconto è diventato un reading, cioè uno spettacolino tascabile.
Lo spettacolino dura mezz’ora: sembra che non succeda niente, e invece.
Alla fine di Angolo T, tutti bevono il tè.

[Da Passaggi per il bosco: Angolo T di e con Enrica Camporesi e Simone Rossi]