Categoria: Recensioni

Bologna in corsivo. Una città fatta a pezzi

È online sul sito di Malicuvata la recensione, a cura di Lorenzo Mari, di “Bologna in corsivo. Una città fatta a pezzi”, la raccolta di corsivi e di “racconti in venti righe” che Matteo Marchesini ha selezionato all’interno della sua produzione giornalistica per le pagine bolognesi del “Corriere della Sera”, nel periodo che va dal 2007 al 2010, e che ha recentemente pubblicato per la casa editrice – sempre felsinea – Pendragon.

Autore: Matteo Marchesini
Titolo: Bologna in corsivo. Una città fatta a pezzi.
Editore: Pendragon, Bologna, 2010
Pagine: 150

Potete leggerla qui.

Il libro nero del mondo

Autore: Gabriele Dadati
Titolo: Il libro nero del mondo
Edizioni: Gaffi, Roma 2009
Pagine: 195

di Barbara Gozzi

Il libro nero del mondo’ si trascina echi, aspettative precise. Tangibili. E’ un titolo pesante sotto molti punti di vista, richiama altre produzioni letterarie, altri ‘libri neri’ che negli anni si sono insinuati lasciando o meno tracce.

Ma ‘il libro nero del mondo’ è un romanzo, non ha pretese documentaristiche, non ‘saggia’ realtà, piuttosto le flette, ne impasta schegge ‘vere-verosimili’ con altre oniriche che sono invettiva quanto carne.

Il primo elemento che colpisce è un nome. Gabriele. Non tanto per gli echi biblici, non solo. Piuttosto per il duplice ruolo in esso racchiuso: autore e protagonista. Non è il primo libro di recente pubblicazione che ‘lavora coi nomi’, forse ha un senso, forse no. Scegliere il proprio nome, proprio dell’autore, per il protagonista di una storia è una volontà precisa io credo. Necessità forse, di mantenere attraverso tempo e scritture, un contatto, di insistersi. Volontà che già un altro autore italiano contemporaneo ha espresso in un’uscita di quest’anno.

Gabriele Lazzari è un regista alle prese con un lungometraggio impegnativo, dai sensi sfuggenti. Giovane, ma pieno di idee, ossessionato dalle immagini, dagli incastri tra dinamiche e percezioni, lavora sodo a una storia difficile sui moderni cannibali. Ma Gabriele è atteso per un altro ruolo, qualcosa di inaspettato, imposto. L’attore (in passato amico) protagonista del lungometraggio sparisce, ed è proprio per ritrovarlo che Gabriele finisce risucchiato da una spirale dominata da un ‘uomo’ che sente chiamate divine nella testa, e per assolverle, per fermare il male, uccide. Gabriele ne diventa l’osservatore, è trattenuto per tramandare, per registrare intenti, gesti. E da questo neo ruolo imposto, da ‘arcangelo metropolitano’ come lo ha definito Marcello Fois, fuggirà portando con sé altri sensi, ricostruzioni di realtà impastate da Dadati i cui ingredienti sono cronaca e vissuto.

Mi soffermo sull’annotazione chiedendo direttamente all’autore:

Barbara Gozzi: Gabriele è nome proprio che ne ‘Il libro nero del mondo’ acquista un peso specifico. Perché questa scelta? Da dove arriva l’esigenza di ‘collegare’ te in quanto autore con il protagonista (se di questo si tratta, di collegare)? Dov’è il confine tra il Gabriele che scrive e quello che dentro una storia, respira e vive?

Gabriele Dadati: Gabriele Lazzari, il protagonista de Il libro nero del mondo, ha un nome necessario: Gabriele è infatti il nome dell’arcangelo che annuncia a Maria la futura nascita del Cristo e il mio romanzo è, a modo suo, un romanzo mariano. Dal punto di vista del profilo biologico e professionale non condividiamo quasi nulla. Lui ha infatti una quindicina d’anni più di me, fa un mestiere che non è il mio, è sposato come invece io non sono e così via. Per divaricarlo il più possibile da me ho tra l’altro scritto il grosso del romanzo in terza persona. C’è invece, nell’ultima parte, un personaggio di cui non conosciamo il nome che prende la parola in prima persona e che condivide con me una serie di cose (ma anche questo personaggio è sposato ed è pure padre, cosa che io non sono). Questo personaggio si fa portatore di una serie di istanze che io sottoscriverei, ma resta senza nome anche perché possa essere “riempito” dalla personalità di ogni lettore, che forse potrà sentirselo così vicino. – È vero però che in Gabriele Lazzari ho disseminato qualcosa di mio: ad esempio, per dirne solo una, Lazzari è uno che si veste un po’ come gli capita, il che è quello che faccio sempre anch’io.

La lingua di questa nuova creatura è per Dadati espressione di una crescita importante, e se il termine ‘crescita’ pare svalutato, scontato, resta ‘evoluzione’. E’una lingua che gioca, con se stessa e il lettore. Che si avvale di tecniche miscelate con sapienza, che usa le parentesi per narrare sequenze su piani temporali diversi rispetto alla narrazione principale. Che fonde strutture, dove le scene hanno echi cinematografici oltre la mera spettacolarizzazione creativa. Dove ci sono parole che ricorrono, parole con un peso specifiche sotto i significati superficiali e che riaffiorano rosicchiando il lettore con pacata insistenza. Poi ci sono i sogni, il piano onirico dove si mescolano messaggi, codici e proiezioni di realtà, visioni trascinanti. Fino ai fantasmi, l’ultra-terreno che è comunque carne, acquista materia svelandosi, accettando un contatto con il protagonista ma soprattutto col lettore che sbircia, attende, afferra.

L’intera narrazione è una sequenza materiale e im-materiale. Gesti che sono un ‘esterno’ espressione (anche) dell’interno. Corpi che si muovono. Azioni semplici poi assemblate. E attra-verso, tra, con la carne, emergono poco alla volta quei sensi che sono intenti ma anche sentimenti, scelte, bisogni. Male. E proprio su quest’ultimo – sul male – chiedo a Dadati:

Barbara Gozzi: Mi parli di questo ‘male’, delle sue sfumature, dei livelli? E’ un ‘male’ che avevi addosso, programmato tra le righe, oppure alla fine la storia te ne ha riconsegnato sfilacciature inaspettate? Ma anche: il libro nero del mondo restituisce, tratteggia, il ‘male di tutti’ o lo deforma amplificandolo attraverso, con, dentro il male stesso?

Gabriele Dadati: Il male di cui parla Il libro nero del mondo è una categoria che mi pare di aver intravisto esistere nel mondo e non è qualcosa di metafisico o inspiegabile: è costituito dalla somma del contributo che i singoli uomini, consapevoli o inconsapevoli, portano al male attraverso le azioni che compiono. Ma questo non è un problema, perché anche per il bene può essere lo stesso, anche il bene può esistere nel mondo come la somma del contributo che i singoli uomini portano tramite le loro azioni ed equilibrare così il male, magari addirittura superarlo. Il libro nero del mondo però è stato scritto pensando che siamo arrivati a un punto in cui si fa molto più male che bene. La soluzione, se una soluzione c’è, è stata collocata fuori dalla comunità degli uomini: la soluzione, non il problema, è metafisica e viene affidata a un lato femminile salvifico. A patto naturalmente che si scelga di affidarsi a questo lato metafisico femminile, che è poi Maria, nata nel mondo ma assunta in Cielo, e per questo interlocutore del nostro stare nel mondo. Io ho pensato di scrivere questo libro perché sentivo quest’onda mugghiante che cresceva e mi veniva incontro. L’ho fatto perché sono uno scrittore, ma forse avrei potuto farlo in diversa forma se fossi stato un filosofo o un teologo.

La lettura, dunque, richiede ascolti trasversali. Le storie si incastrano, scivolano tra strumenti apparentemente diversi per poi fondersi. C’è la storia dei cannibali, storia che attinge direttamente dalla cronaca, ad oggi (agosto, settembre 2009) basta digitare ‘cannibali’ su un motore di ricerca per rintracciare notizie come questa o questa, e questa. Poi c’è la storia di un uomo ‘qualunque’ che di mestiere vorrebbe fare il regista per il cinema e ci sta provando, sposato con una donna che ama in modo non convenzionale, una donna amante dei raduni new age e che Gabriele cerca con la fisicità della passione che è carne e altro. Ma anche la storia di un fantasma, che appare nel giardino del protagonista, fugaci visioni spiazzanti prima di svanire, ogni tanto piange questo fantasma, fino ad assumere precise sembianze, necessarie. E naturalmente la storia di un ‘uomo’ che si sente addosso una chiamata divina, che sente, vede, assorbe e rifiuta Il Male che sta contaminando irrimediabilmente il mondo, rendendo tutto blasfemo, inutile, insopportabile. Proprio per combattere questa insopportabilità, l’uomo asseconda la chiamata, e chiede aiuto all’unica persona che gli sembra capace di ascoltare, che spera possa capire, questa lotta disperata che è male nel male, che lo cerca, il male, fino alla trasumanazione finale, la morte. Tante storie insomma, volti diversi che ruotano concentrici. E personaggi che racchiudono piccoli universi parti del messaggio. Alice, la segretaria di edizione, Ruggero, l’aiuto regista, Nicole, la moglie, Marco Sernesi, l’ex amico attore, Maria che è figlia e altro.

Il romanzo è diviso in tre parti, richiami danteschi a Purgatorio, Inferno e Paradiso. Richiami a gironi che si perdono negli sviluppi, tra inquadrature e cambi di scene, come già in passato fece (con modalità e sviluppi diversi) un altro giovane autore italiano contemporaneo.
Ma, se ‘Purgatorio’ e ‘Inferno’ hanno legami diretti tra loro, negli sviluppi, tra tentacoli che affondano nelle voci; ‘Paradiso’ rotola spostando drasticamente inquadratura, pur non virando completamente impone al lettore un radicale cambio di visuale, il punto di vista di ‘un’ altro personaggio-essere-autore (autore del ‘libro nero del mondo’, non di qualcos’altro, proprio di questo stesso romanzo) che qui narra in prima persona scalzando il narratore esterno già, in realtà, parzialmente detronizzato dalle mail del Gabriele-regista che dall’Inferno tenta in ogni modo di non perdersi completamente. ‘Paradiso’ è, in effetti, uno stacco che spezza, urta. Racchiude una (non) conclusione, prende per mano il lettore in una passeggiata-scoperta di una tranquilla dolcezza disarmante. Dolcezza che non è assoluzione, non forza eccessi né cerca risoluzioni scontante. Tutt’altro. “Gli angeli si addormentano nella schiena del tempo” (pag.195) lo dimostra. “Il momento storico brutalizzato” di cui parla il narratore-personaggio ormai in chiusura di scena, non è ‘fine’, o arrivo. E’. Esiste. Resta. Si aggrappa. Deve perché è questo, forse, uno dei sensi più forti del romanzo: il riconoscimento della deformata realtà in essere, oltre pagine e tessiture di parole.

L’apocalisse riveste un ruolo preciso, in questa romanzo. Apocalisse che probabilmente è tematica ricorrente per Dadati, ossessione (forse) o ricerca, avendone già scritto in un racconto contenuto nella raccolta ‘Sorvegliato dai fantasmi’ pubblicata in ultimo da Barbera, seppure di altra ‘attesa’ si tratta, di una non fine che smaschera, nel racconto, piuttosto che annunciare. Nel romanzo invece, che di rivelazione si tratti è indubbio, la si preannuncia velatamente già nel ‘Purgatorio’.

Quando tutta questa storia sarà finita, e cioè quando inizieranno a piovere rane, Gabriele…
(pag.73)

E le rane arrivano, tra Inferno e Paradiso, non si fanno solo annunciare. Fino all’atto finale, finché ‘tutto’ entra in una Chiesa, avvolto (questo ‘tutto’) dalle parole di un santo che echeggiano tra morti, fede, male, e sangue. Sensi che forse confondono, forse no, si aggrappano all’“inesauribile superficie delle cose”, scavano.

Parole chiave insomma, già accennate in precedenza, ripetizioni pressanti che acquistano peso e sensi procedendo negli sviluppi.
Male
e corpo (corpi) più di tutti.
Male
che ossessivamente torna, si insinua, entra nella lingua quanto tra inquadrature.
Poi corpi, materia pulsante, viva nel suo essere tangibile, carne anche animalesca.
Perché questo male, che nel romanzo emerge gradualmente, ha anche sfumature erotiche, dove la carne si cerca, anela piacere e mescola percezioni. C’è un preciso erotismo, tra alcune piaghe della storia, che non mira ai riflettori, ‘è’ in quanto sfumatura, venatura dello stesso frutto acido-amarognolo che ha spigoli teneri, succosi, eccitanti in modo animalesco. Ma la differenza probabilmente sta proprio nella scrittura, nel modo scelto da Dadati per raccontare, un modo che leggendo ho pensato femminile, nelle delicate eppur puntuali, forti spennellate che ricreano atmosfere senza scadere nel crudo fine e se stesso.

Il corpo della ragazza è proiettato in avanti, tiene le braccia allacciate dietro la nuca di Gabriele e si alza quasi in punta di piedi. La sua bellezza cresce momento dopo momento mentre si baciano, la pelle si illumina e i lineamenti sono definitivamente lisci. Hanno entrambi gli occhi chiusi e le sensazioni liquide aprono i loro corpi a partire dalla bocca. La luce entra. Il bacio che si danno discende all’interno, convoca ogni organo: che partecipa. Una marea di sangue monta fino alle tempie, i genitali sono irrorati, la meccanica dei tessuti obbedisce a un desiderio condiviso. La luce artificiale mostra lembi di pelle sempre nuovi mano a mano che vengono scoperti. Si confondono il dentro e il fuori di ognuno dei due corpi. 
Il collo della ragazza si allarga fino a comprendere le spalle e si allunga fino a scoprire il seno. Gabriele lo bacia e poi lo morde.
(pag.46-47)

Da notare, nel breve stralcio sopra, l’uso della parola ‘corpo/i’. E le ripetizioni, qui appena accennate, in altri passi decisive. I termini che ritornano, in questo romanzo sono precise voci, sottolineano con modalità più o meno insistenti, parole che sono sensi, sotto-livelli, incastri. E’una scelta rischiosa, che però nel linguaggio scelto da Dadati calza, sta. Ripetere, insistere, per dare forma a un ritmo, una cadenza oltre lo stile, le strutture, per svelare una sostanza.

Altre key abbastanza evidenti: morte, libro, uomo, sogno, fantasma, sangue.

Che l’ultima parte, ‘Paradiso’ sia diversa dalle precedenti, l’ho già chiarito. Ma c’è un altro fattore, parallelo al narrare, che contribuisce in modo prepotente alla diversità. L’inserimento di immagini che sono fotografie bambine, scatti rubati alla (de)crescita e inseriti tra parole che si assottigliano, si tendono fino alla trasparenza, restituiscono livelli. L’effetto è quanto meno di amplificazione, destabilizzazione di ciò che il lettore può aver assorbito o tentato di capire in precedenza. Il connubio tra storie scritte e fotografie (o comunque immagini) non è novità eppure nella narrativa contemporanea tende alla svalutazione, diventa quasi eccesso inutile, stravaganza che svilisce le parole o il contrario, scatti mortificati da un contesto dove l’immaginazione domina e ruba attenzione e scena. Eppure, in questo come in altri libri (mi viene in mente Marco Mancassola ne ‘Il ventisettesimo anno’, Minimum Fax) il valore aggiunto, ciò che trasmette l’unione, mi pare sorprendente. Sono miscelazioni certo, che attendono interpretazioni. Eppure leggendo e osservando, osservando e leggendo è come se ‘Paradiso’ si elevasse suo malgrado. E’ come se si respirasse un’aria diversa, sin dalla prima riga che non svela nulla, non porta certezze. Sono altre, le certezze che il lettore acquisisce via, via.

Mi confronto allora, con l’autore:

Barbara Gozzi: Nel grande e variegato mercato editoriale, raramente sono state ‘perdonate’ le miscelazioni. La narrativa dev’essere parole e periodare.Per le immagini e altre forme più o meno creative, ci sono pubblicazioni specializzate. Puoi spiegarmi le ragioni che hanno portato alcune foto, precise e mirate secondo me, a ‘contaminare’ l’ultima parte del romanzo, Paradiso?

Gabriele Dadati: Le sei fotografie che sono state inserite nell’ultima parte ritraggono un bambino – lo stesso bambino – che ha dapprima quattro anni e mezzo, poi quattro, poi tre e così via fino ad avere, nell’ultimo scatto, pochi mesi. Questo perché volevo suggerire, senza usare le parole, che l’ultima parte è anche una regressione all’infanzia: per questo il bambino “decresce” invece che crescere. L’ultima fotografia di questo bimbo, che potenzialmente è ognuno di noi, cade nella terzultima pagina, dove si racconta di una messa di Natale in cui viene esposto il bambin Gesù (una statua in legno del bambin Gesù) perché i fedeli possano adorarlo. Il messaggio è allora che c’è la speranza del ritorno all’innocenza, che questo ritorno non è precluso. 
Non so se questa miscelazione sia imperdonabile. Forse però non è del tutto accessibile il messaggio che porta con sé, e questo potrebbe anche essere un problema.

Barbara Gozzi: Ho un’ultima curiosità-confronto, in parte già accennata in precedenza: il corpo, i corpi e le loro porzioni, sono secondo me personaggio-sottolivello, in questo romanzo. Son un ‘attraverso’ ma anche un ‘essere’. Me ne vuoi parlare? Quanto sono importanti e cosa tentano di ‘lasciare’, trasmettere, tra le maglie di una storia che spinge, preme sulle emozioni?
Gabriele Dadati: Se devo dire in cosa credo, be’, io credo in molte cose. Ma se devo dire di cosa ho certezza, la cosa è una sola ed è proprio il corpo, con le sue parti e i suoi gesti. I corpi stanno nel mondo e sono veri: tutto il resto (l’anima come l’intelletto come i pensieri come i sentimenti e così via) noi non lo vediamo e non abbiamo certezza che stia nel mondo. Tra gli ultimi paragrafi de Il libro nero del mondo c’è anche questo: “Se scavassimo con le mani per cinque secoli di seguito troveremmo la più grande grotta di cristalli che si possa immaginare. Ma il corrispondente punto della crosta terrestre dove è iniziato lo scavo alla fine sarebbe devastato. Solo in quel momento capiremmo che lì stava il senso. Nell’inesauribile superficie delle cose”. In questo paragrafo sto parlando anche del corpo: il corpo va valorizzato nella sua bellezza, nella sua sensualità, nella sua forza, perché noi siamo il nostro corpo. È un errore accordare un privilegio assoluto all’interiorità trascurando e mortificando il corpo. Dice un sintagma di Ferdinando Cogni: “siamo anima e corpo in una volta sola”. Credo avesse ragione.

Ringrazio Gabriele Dadati.

Tre Io

Autore: Mario Rossi
Titolo: Tre io
Editore: Neo, Castel di Sangro (AQ) 2009
Pagine: 138

di Satya Marino

Protagonista di questo libro è la notte. Una notte tra discoteche e bar fuori mano, tra alcol e droga, tra sbronze e scopate. Una notte che per i tre protagonisti, Dante, Giulia e Andrea, diventa il tempo per cercare le soluzioni alle loro esistenze: un suicidio fallito, un tradimento da consumare, un momento per sballarsi.
Una notte, in cui tre esistenze si intrecciano, si confondono, si scontrano.
Dante ci guida in un viaggio nel suo inferno, all’interno della sua visione della società fatta di solo dolore e squallore, in cui ogni vita umana è osservata attraverso una lente che ingrandisce difetti fisici e comportamentali, senza spiragli per un’assoluzione. Dante è cinico, rassegnato, cattivo.
Poi c’è l’incontro-scontro con Giulia: una donna borghese, una desperate housewife — studi, matrimonio, figlia, famiglia — , ora alla ricerca di trasgressione.
Giulia, che inizialmente sembra l’unica che riesce a penetrare i pensieri di Dante, non diventerà la sua Beatrice, non sarà la sua guida verso un futuro di luce.
Tra queste due esistenze, si insinua quella di Andrea, giovane palestrato con aspirazioni da modello, alla ricerca perenne di sesso.
L’autore gioca con un intreccio vorticoso, volutamente confusionario delle tre storie. Il suo linguaggio è buio, a tratti oscuro e difficile atto ad immergere il lettore nei colori di queste esistenze e della vita notturna. Originale la scelta di usare tre cromature diverse, un colore per ognuno dei personaggi, che riesce a dare ordine alla narrazione.
Il finale, che si può intuire dalle prime pagine, viene messo poi in dubbio dal procedere delle vicende, per poi confermare le certezze iniziali.

***

Mario Rossi è uno pseudonimo. Uno pseudonimo ma anche un pretesto. È l’alibi perfetto. È un’entità ambigua, proteiforme. È l’uomo che potresti o non vorresti mai essere. È un elogio all’anonimato come diritto da difendere e dovere da esercitare. Poche e frammentate notizie su di lui. Alcune voci dicono che sia un giornalista ammanicato con le alte sfere, altre che sia stato parlamentare, altre ancora che sia un uomo di fede. Di certo è una personalità schiva che non ama parlare di sé, se non attraverso la propria scrittura. Per Neo Edizioni ha scritto “La bella e la bestia” nell’antologia di fiabe non più fiabe E morirono tutti felici e contenti (2008).

Non dire madre

Titolo: Non dire madre
Autore: Albanese Dora
Editore: Hacca, Matelica (MC) 2009
Pagina: 183

Di Barbara Gozzi

Ci sono tre termini che mi vengono in mente a proposito di ‘Non dire madre’: fiammata, stordimento, millenovecentottantacinque.

Fiammata perchè le prime cinquanta pagine sono per l’appunto una fiammata in prima regola. Scaldano, offuscano, colpiscono coi pugni chiusi e la furia della trasparenza giovane e candida. Nelle successive venti pagine il corpo prende in parte ad assorbire l’urto, la fiamma si fa costante, diventa più controllabile (pare almeno). Ed è qui che arriva lo stordimento. Proprio quando lo stomaco sembra scaldarsi uniformemente, le viscere fremono al pensiero di nuove ipotetiche fiammate ecco che tutto vira. Ma proprio tutto. Lo stordimento è la scoperta che il romanzo mai realmente qualificato tale ma tacitamente immaginato (dal lettore) non è romanzo. Lo stordimento è finire risucchiati da volti, intrecci, affezioni e dis-affezioni, luoghi che hanno ‘teste’ e ‘code’ visibili. Anche lo stordimento comunque tende all’abitudine. Nelle ultime quaranta pagine le storie proposte con abilità di linguaggio e freschezza si accolgono con la voglia della ‘scoperta’.

Proprio nell’ultima pagina ho pensato a millenovecentottantacinque. L’anno di nascita dell’autrice. Che mi aspettassi (e dopo le prime venti pagine, desiderassi fortemente) una storia ad ampio respiro, dove lasciarmi annegare tra placenta, pensieri onesti e sguardi dolorosi. Che me l’aspettassi non lo nego. Che poi lo stordimento mi abbia avvolta e accompagnata, allo stesso modo è stupefacente e interessante. Ma più di tutto, alla fine, io credo non si possa scindere da quell’anno, che è età anagrafica di Dora Albanese. Al di là delle aspettative che il lettore può ritenere disilluse o meno, al di là della necessità di aggiungere o sottrarre spiegazioni, evoluzioni narrative alle storie che si snodano tra decisamente tante strade e vite; al di là di tutto questo. Trovo sorprendente che una giovane donna sia capace di entrare, abbozzare, dar voce e corpo a così tante donne diverse tra loro. Diverse per età, per vite scelte o subite, per linguaggi, conoscenze, abitudini, luoghi. Nonché per maternità. Che la condizione di ‘madre’ sia centro nevralgico del libro non stupisce, io credo, nemmeno chi non l’ha letto. Ci sono riferimenti precisi e voluti. L’immagine in copertina necessità la lettura per una decodifica consapevole (salvo probabilmente conoscere le abitudini del Sud, conoscenza a me preclusa). Ma la parola ‘madre’ nelle sue declinazioni più comuni è leitmotiv necessario, pressante, scivoloso, respingente, destabilizzante.

Allo stesso tempo, proprio in virtù di quell’anno di nascita, trovo notevole la capacità di Dora Albanese di dare il nome alle cose attraverso i corpi. Di tentare sguardi verso uno dei misteri del mondo, della vita, con la semplicità della nominazione. In questo libro la maternità non è scontata. Non è ‘una cosa’ o un ‘grappolo di cose’ che rimandano a precise sfere del vivere e giudicare comune. Nelle storie, differenti, mutevoli, scrostate, abbozzate, stridenti; in queste storie la maternità ha molti spigoli. Non è né bene né male bensì miscela variabile. E’ ammissione di dolore e amore, cura e perdita, ingresso e uscita. E’ diversità entro il sottile cordone ombelicale poi reciso. E’ abbandono di un’identità che si strappa da se stessa per accogliere nuove consapevolezza di sangue e sudore, puzzo e rinunce. E’ vedere in un altro individuo il bisogno di accudire e preservare scevro da vincoli genetici. E’ l’accettazione di un ‘sé’ che guarda al suo dentro con sospetto e paura, per l’avvento di altri ‘dentro’ a lui estranei poi gradualmente familiari. E’ la fuga da uteri soffocanti. E’ il viaggio entro un utero che si apre.

In questo libro ‘madre’ non si dice non soltanto perchè c’è un preciso aggancio del titolo alle prime cinquanta pagine, ma anche entro sensi più generali dove più facilmente sono i corpi, i gesti, taluni pensieri, che restituiscono la maternità entro forme mutevoli. La protagonista iniziale, che diventa ‘madre’ proprio nelle prime scene, si interroga a lungo sulla parola. E una frase ad alta voce che contenga ‘mamma’ (“Bevi a mamma” dico, e improvvisamente, come liberati da un incantesimo, tutti i presenti si sciolgono in una risata liberatoria. – pag. 24) la pronuncia sforzandosi, per dare soddisfazione a una platea in trepidante attesa composta da parenti e amici vari, volti a rendere teatrale l’atto che nella sua naturale evoluzione scatena deformazioni carnali, dolore, imbruttimento (reale o percepito soggettivamente dalla partoriente).

La lingua di Dora Albanese si sta formando, così come l’affondo in storie e la capacità di narrare voci, snodi, gestendo personaggi e contesti. C’è immediatezza e freschezza nell’incedere. Una sorta di carnale registrazione che galleggia, affonda, riemerge, galleggia un po’, pare perdersi poi di nuovo a prendere un ampio respiro prima di tornare negli abissi. Negli esordi si celano spesso aderenze da pelle ancora in crescita, non del tutto stabile tra ossa e muscoli.

Leggendo ‘Non dire madre’ ho avuto l’impressione che una certa ‘paura sottile’ abbia nascosto alcuni sottili strati epiteliali, come a voler proteggere un qualcosa di prezioso, fors’anche grezzo (per ora) che necessita di ulteriori tempi e spazi per rinforzarsi, rendersi capace di alzare fiero la testa e andare, seguendo nuovi sguardi, diventanto altro. Ma ci sono, trovo difficile ignorarli o tacitarli, guizzi, intenti, affondi, ruvidità, sincerità; ci sono tante storie sintomatiche di una produzione creativa in divenire. Ci sono ricerche linguistiche a tratti ancora in bilico ma ben consapevoli, non onde piuttosto salite e discese ferme nei movimenti orizzontali ma piene di verticalità, nuove esplorazioni. Mi sembra che in questo romanzo sia percepibile un approccio verso il narrare che (con modalità e risultanze non uniformi) lega sottilmente alcuni autori italiani contemporanei. L’uso dei corpi, della carne, dentro la narrazione dove di frequente da oggetti-comparse, diventano voci dirette, espressioni cristalline anche di un ‘dentro’ difficile, che le parole sole non riescono ad esprimere direttamente. La narrazione parte privilegiatamente dalla dimensione ‘intima’ di almeno un personaggio, dal quale si diramano i tentacoli che strutturano la storia entro coralità di corpi, intenti, volti e gesti. Però mi pare che l’attacco, l’inizio’ arrivi non tanto dall’ ‘ombelico’ (come invece si strilla spesso nei dibattiti recenti) che è dunque dimensione individuale ‘bloccata’ piuttosto da ‘viscere’ che contorcendosi richiamano altre viscere (quelle del lettore evidentemente).

La maternità è tematica che difficilmente può considerarsi sterilmente ombelicale. Proprio per questo diventa ‘arma’ pericolosa, già intensamente trattata, osservata, sezionata e standardizzata. Dora Albanese la stringe tra le mani con cautela e rispetto, non nega pensieri (di qualunque provenienza, derivazione e umore), non disdegna virate, silenzi e riprese più nette. Ma soprattutto si ‘muove’. Le storie sono autonome anche grazie ai ritmi che le cadenzano, la capacità di spostare campi visivi ruotando collo e corpo tutto. I tentativi di entrare anche silenziosamente in vite sconosciute, ascoltare per capire il necessario poi lì fermarsi. Ed eventualmente proseguire pensando, mentre già la narrazione si è spostata, ha preso un altro mezzo, un bus appena passato, un treno, una zattera, l’asfalto…

Mi piacerebbe, cara madre, regalarti una carezza per placare la tua rabbia, e comporti i capelli in una corolla ben fatta, perché ogni madre del sud raccoglie i suoi capelli, e li tiene stretti e composti, in segno di rigidità e di mistero quando cammina per la piazza e cresce i figli. Poi, quando è notte, la corolla si scioglie, e il volto di voi madri, prima duro e impenetrabile, ritorna a essere quello di bambine davanti allo specchio. (pag.42)

Alfabeto di strade

TItolo: Alfabeto di strade (e altre vite)
Autore: Alberto Masala
Edizioni: Edizioni Maestrale, Nuoro 2009
Pagine: 216

di Barbara Gozzi

[…]
ainsi
de main en main
nous avons perpétué l’incertitude
fragile où nou vivons
là nous avons découvert
que
la main véritable
est celle qui peût saisir
chaque fois
un nom interdit
pour les caresses
qui donne aux choses
[…]

[Estratto da La main, Alberto Masala, 14 novembre 2002, Alfabeto di strade (e altre vite), Edizioni Maestrale, 2009]

Alfabeto di strade (e altre vite) raccoglie una selezione di componimenti di Alberto Masala,  nativo sardo, classe 1950, che attualmente abita a Bologna.

In questo volume si raccolgono due libretti (Taliban e Nella casa del boia entrambi con introduzione di Jack Hirschman) e componimenti poetici divisi in quattro sezioni che scandiscono anche cronologicamente le opere scelte: Leggerezza, Ritmo, Il condominio e A tenore.

La poesia in Italia è arte dimenticata, bistrattata, ridicolizzata e perfino totalmente ignorata.

Ma in questo libro ci sono parole “asciugate”, come ha spiegato l’autore in occasione di una presentazione nella caffetteria vineria Zammù di Bologna. “Bisogna sempre distinguere” ha detto Masala “tra le persone e chi occupa un certo spazio in quel momento. Le persone hanno anche delle miserie, tutti lo siamo e ce le portiamo in giro ogni giorno. Quando occupo un certo spazio, però, sto trasvivendo, in quel momento indosso voci, dico altro da me con la poesia”.

“Vivere di poesia” è per Masala esigenza di essere, entro maglie strette di una società (quella italiana in primis) che si nutre esclusivamente o quasi d’arte ufficiale, pratica, veloce, tra dinamiche commerciali e patinate.

Ma fare poesia non è un gioco, non si scherza. Basta ascoltare una lettura, dalla voce dello stesso autore che cadenza ritmi, intensità.

“Il poeta deve attrarre, mantenere l’attenzione e trasportare sensi” insiste Masala. Nessuna ricetta infallibile o preconfezionata, eppure un modo, un sentire, un approccio che dalla vita vissuta allunga lingue intense, dolorose, (pre)potenti. Non esiste strucco stilistico, geometria di forma. I sensi, i pesi delle parole, i respiri, le cadenze. Tutto ruota attorno all’urgenza, l’onestà nuda delle cose che nelle parole sfuggono alla morte.

C’è poi una preziosa “amministrazione del respiro” tra le opere di Masala dove il ritmo dominato dagli a capo è scelta sapiente, ponderata, che amplia la forza della lingua.

In questo libro che riunisce componimenti di anni e argomenti diversi, tra dediche, eventi di cronaca, affezioni, memorie, recupero di connessioni con altri sentire vicini (come Pasolini); in questo volume ebbro di frammenti, Masala trasporta, non media mai. Le parole sono tutte in fila, parlano, urlano, strappano carne, diramano percezioni diverse.
La lingua di Masala è anche miscelazione di più lingue che dall’italiano espandono, legano tra territori e non confini.

[…]
e tutto aveva ombra
ma non caddi
et j’aimais le soleil
chaque jour j’adorais
l’image-apparition della menzogna
del giorno che ancora spinge al mondo
creature come mosche
e idee feroci come cani
creando morti da nascondere

tu dois danser
sur les tombes des sans-nom
sur les corps de ceux sans sépolture
ouvre ton corps
pour absorber les liquides qui se dégagent […]

[Estratto di ad Artaud, Tolosa 18 Maggio 1997]

Come per ogni scrittura, ci sono punti che toccano maggiormente il lettore, ‘linee d’ombra’ che aggrediscono, altre che colmano, irradiano.
“Vedo Patrizia in ogni parola” ha detto Masala dopo aver letto canto per patrizia vicinelli (fossa n.2394- cimitero di Borgo Panigale). Il canto è stato scritto l’11 ottobre 1991, a qualche mese di distanza dalla morte della poetessa. Scrive Masala in calce al canto: “Scrivevo stando davanti ad una finestra aperta. Sul balcone di fronte vedevo dei fiori (mazzo di fiori compiacenti) e si annunciava rapidamente un temporale d’autunno.

[…]
PERCHÉ NOI CI SIAMO ADESSO NON QUANDO
piangendo  e come piangere
non possiamo dimenticare i compagni
quelli  che se ne sono andati
fratelli traditi dal pianto in gola
e allora la mia (generazione) era
verginità     violata    giovane     ingravidata
ha partorito da sinistra e nascevano talpe adolescenti
che hanno abbandonato in tempo le anime
sono già cenere  fiamma spenta
lavorano     vivono  credendolo opportuno
mettendo da parte pietre per
fare mura  portici blindati
[…]

[Estratto da canto per patrizia vicinelli]

Concludo questi appunti imperfetti con un’annotazione personale. Leggere poesia si dice sia difficile. Forse andrebbero recuperati gli incontri, gli spazi per condividere voci, ascolti, atmosfere, parole. Forse è solo più semplice spingere pulsanti, accendere circuiti che propongono interpretazioni, parole digerite. Forse è più immediato cliccare nella virtualità. Forse è un problema di lingua di carne incompresa, parole assorbite per indigestione entro dinamiche in corsa, affaticamenti, distrazioni assillanti, ossessioni senza forme. Forse è solo paura.

Resta il fatto che leggendo ad alta voce una qualunque pagina di Alfabeto di strade non si può – non si può – rimanerne indifferenti, foss’anche per confusione, disagio, accumulo di emozioni. È una sfida, io credo, sebbene anche il coraggio sia ormai sangue raro, il coraggio di lanciarsi rischiando di annegare.

L’esatta sequenza dei gesti

Autore: Fabio Geda
Titolo: L’esatta sequenza dei gesti
Edizioni: Instar, Torino, 2009
Pagine: 237

di Giovanni Currelli

Il rischio era quello di ritrovarsi invischiati nella trama di un film di Ferzan Ozpetek, nulla di personale nei confronti del regista di origini turche, ma il timore di ritrovarsi immersi nell’ennesimo dramma familiare dove tutto finisce per complicarsi a causa dell’impulsività dei vari personaggi è insito nelle prime pagine di questo romanzo. Ma Geda piace anche perché ha saputo rischiare. Minori in affidamento, servizi sociali, educatori e famiglie in scollamento: con questi dati di partenza la probabilità di scadere nel patetico era molto alta, invece il giovane scrittore torinese mostra una capacità da veterano nel mantenere la storia su avvenimenti mai scontati e senza mai dover ricorrere a moralismi dozzinali per accattivare il lettore superficiale. Sono tanti infatti i meriti ascrivibili a Fabio Geda e primo fra tutti ci piace menzionare il controllo sulla storia. La struttura intrecciata delle varie vicende che andranno poi ad unirsi in un’unica principale era sicuramente una sfida non facile ma che è stata ampiamente vinta, ogni “episodio” infatti viene interrotto al momento giusto prima di ricominciare qualche capitolo più in là. Uno stratagemma ben utilizzato che “rischia” di far leggere il libro tutto d’un fiato e che regala ai lettori un romanzo già pronto per una trasposizione cinematografica senza bisogno di riscritture.

Ma ci sono altre osservazioni positive da fare su questo romanzo: intanto quella che potrebbe sembrarvi una banalità, ovvero, Geda ha il merito di raccontare una storia e sembra voler effettivamente raccontare solo una storia. Grazie al cavolo -direte voi- è uno scrittore, cos’altro dovrebbe fare? Il fatto è che non sembrano esserci fini secondari ma solo l’intenzione di raccontare qualcosa, questo non vuol dire che il romanzo in questione non stimoli alcune riflessioni, anzi, sicuramente molte persone si ritroveranno empaticamente con i personaggi del romanzo e si potrà dibattere sulla situazione dei servizi sociali in Italia, sulla difficoltà di essere educatore, sulle difficoltà familiari e su vari disagi sociali come depressione e alcolismo, ma la principale intenzione dell’ autore è quella di narrare. Non poco in un periodo dove molto spesso l’interesse per la lettura dev’essere stimolato attraverso la condivisione di una protesta sociale o cose simili. Ed anche in questo Geda ben riesce.

Ci sarebbero altri meriti da evidenziare: dall’ottima caratterizzazione dei personaggi al linguaggio utilizzato, sempre adatto al personaggio cui si riferisce; ma per non essere troppo adulatori andiamo a cercare il pelo nell’uovo. C’è? Forse no, ma lanciamo una provocazione.

Il romanzo, come detto, è strutturato con un intreccio di storie che vanno poi a ricollegarsi in una sola ma è intervallato da alcune pagine di un blog di uno dei protagonisti del racconto (Ascanio Berardi). Come interpretare tale particolarità? Merita menzione? La verità è che in questo romanzo l’inserimento di alcune pagine del blog di Ascanio Berardi ben si sposa con il dipanarsi della trama e spesso interrompe le altre storie in momenti adatti, mantenendo sempre vivo l’interesse del lettore. Ma c’è un dubbio che viene leggendo romanzi recenti di molti giovani autori: è evidente come tantissimi cerchino di dare vivacità alla struttura con espedienti simili (una lettera, una canzone, citazioni da uno stesso libro), non tutti con risultati positivi come in questo caso. Come interpretare questa tendenza? Forse un tentativo di mascherare una mancanza di creatività? Forse un modo per distogliere il lettore da una storia che diversamente sembrerebbe troppo piatta? Non è certo il caso del romanzo in questione ma sembra che la sfida più interessante in tema di struttura del romanzo non siano più le ardite sperimentazioni con strutture complesse e artefatte ma la scrittura di un romanzo di costruzione classica senza interruzioni, intrecci o sovrapposizioni.

Monteverde

Autore: Gianfranco Franchi
Titolo: Monteverde
Edizioni: Castelvecchi, Roma 2009
Pagine: 313

monteverdeDi Decimo Cirenaica
Aveva già occupato i miei giorni Guido Orsini, con Disorder (Il Foglio Letterario, 2006) – primo volume di quella che Gianfranco Franchi ha definito trilogia dell’identità;  a Disorder è seguito Pagano (Il Foglio Letterario, 2007) – nel quale l’autore ha discusso alcuni nodi della postmodernità – ed infine Monteverde, uno sguardo conclusivo, una prospettiva, un ponte.

L’identità è sicuramente uno dei temi più dibattuti all’interno del panorama culturale europeo e non solo; non lo era mai stato, non si era mai avvertita l’esigenza di confinare concettualmente un sentire individuale e collettivo. Perché quindi questa esigenza? Ciò che a noi interessa – non è la sede questa per una ricognizione sul tema dell’identità – è l’esigenza dell’autore di battere questo sentiero ed eseguire una radiografia del suo stare al mondo. Monteverde è un libro politico ma non parla di politica in senso stretto: l’analisi in narrazione che Gianfranco Franchi esegue del tempo e dei luoghi che vive ci permette di sistemare la sua raccolta di racconti all’interno di un confine sociale, quindi politico: le cinque sezioni in cui l’autore ha ordinato il libro – Casa, Lavoro, Donne, Musica, La Roma – forniscono una sintesi adeguata di quella che è la vita di un trentenne oggi – comprensiva di sogni, recriminazioni, frustrazioni.

«Io vedo simboli e significati in tutto. Sono un giocattolo giocato da mani sempre nuove, e tutto è un mio giocattolo. Forse anche la morte.»

Gianfranco Franchi invita Guido Orsini a chiudere gli occhi «per immaginare tutto quello che potrà essere quando la navigazione sarà conclusa.» Intanto entrambi camminano sul ponte, fianco a finaco, nello stesso ponte che per Georg Simmel significa prospettiva dinamica, connessione, interazione con gli altri e con la natura.

Facciamo finta che sia per sempre

Autore: Ilaria Giannini
Titolo: Facciamo finta che sia per sempre
Edizioni: Intermezzi Editore, Ponte a Egola (PI) 2009
Pagine: 120

Di Antonio Tirelli

Definire il concetto di amore: difficile quando non impossibile. Definire l’amore e i sentimenti che ad esso si accompagnano: compito che probabilmente non sarà mai adempiuto correttamente dagli esseri umani. Non possiamo dare definizioni. Ma possiamo raccontare, descrivere il tutto mostrando alcune delle sue parti. Così fa Ilaria Giannini nel suo Facciamo finta che sia per sempre, affidando gli elementi del discorso amoroso a quattro esistenze inquiete, quattro protagonisti le cui vicende si intrecciano e vanno a formare una trama che, per quanto incompleta (potrebbe essere altrimenti, dato che stiamo parlando d’amore?), diventa exemplum. Caso esemplare delle conseguenze che certi sentimenti hanno quando la loro cifra è l’incertezza, l’abbandono scritto già prima dell’inizio di una relazione, l’immaturità che spinge talvolta a sottrarsi alla responsabilità di domandarsi: “Ma io, cosa voglio realmente?”

Scrive in maniera delicata, Ilaria Giannini, come chi possiede l’intento sincero di non voler parlare da alcun pulpito. I personaggi che ci mette di fronte appaiono talvolta estremi nei loro atti e nelle loro affermazioni, e potrebbero sembrare maschere, caratteri piuttosto che persone verosimili. Potrebbe essere un’imprecisione nel romanzo, ma è altrettanto possibile che ci troviamo di fronte alla pura esigenza di distillare una massa gigantesca di argomenti e convogliarla tutta nei volti di Stefano, Nicole, Martina e Paolo, affinché attraverso i loro movimenti sia visibile qualcosa che resterebbe taciuto se l’autrice li avesse resi più “umani”.
Non si pone ambizioni da sociologa, Ilaria Giannini. “Ho voluto declinare il tema dei rapporti d’amore in diverse storie e personaggi che hanno un unico denominatore comune: provare un sentimento forte e non essere maturi per gestirne le conseguenze; per questo i loro rapporti sono problematici e instabili” , dice la scrittrice rispondendo ad un domanda di chi sta scrivendo queste modeste righe.

Eppure, vien fatto di chiedersi se quel che leggiamo nel suo romanzo possa essere non solo la narrazione di quattro vite difficili, ma anche un’osservazione sul cinismo e sul disincanto dei tempi che corrono. Tempi che sono come il mare in burrasca che costringe anche i navigatori più esperti a compiere manovre difficili, rischiose.
Tempi in cui è facile che anche le imbarcazioni più solide colino a picco rovinosamente.
E anche quando arrivano in porto – e spesso il porto non è la destinazione ma soltanto uno scalo provvisorio – è frequente che quelle imbarcazioni siano semidistrutte, da riparare urgentemente.
Se non da ricostruire.

Biondo 901

Autore: Alessandro Zannoni
Titolo: Biondo 901
Edizioni: Perdisa, Ozzano dell’Emilia (Bo) 2008
Pagine: 120

perdisaimager2Di Fabrizio Bolognesi
Sorprendente incursione di Zannoni, autore sarzanese, nei meandri del noir.
Una storia lineare, quasi una sceneggiatura contrappuntata dal ritmo del vecchio cinema noir americano degli anni 40.
Biondo 901 è un romanzo su un fato baro e imperscrutabile, che prima regala e poi improvvisamente pretende il conto senza nemmeno dar la possibilità di rendersi conto di cosa sia successo.
Quattro io narranti rivisitano la vicenda sotto diversi punti di vista: Giordano, parrucchiere sognante, uomo d’altri tempi, che si innamora forse della persona sbagliata; Letvania, oggetto del suo desiderio, giovane Ucraina, arrivata in Italia per sposare il boss locale in seguito ad accordi malavitosi; la guardia del corpo del boss, curioso ibrido di spietatezza e filosofia spicciola; Fabio B, l’amico di Giordano, dispensatore di pillole di saggezza provincial-popolare.
“L’inquadratura si stacca dalla mia faccia, gira veloce e si allarga sulla sinistra, lato strada. Insegna del Bagno Martellino. Staccionata di legno. Fila di cabine. Serie di pattini. L’idea è di lasciare la spiaggia, gettarmi in mezzo alla strada, fermare una macchina, cercare gente, cercare aiuto. Ma forse non basterà, perché scopriranno chi sono, cosa faccio e dove abito. Dovrò scappare all`estero, nascondermi tutta la vita. E forse mi troveranno comunque. Ho poco tempo per decidere e solo due scelte da fare. Morire qui, adesso, oppure da un`altra parte chissà quando”.
Ciò che immediatamente colpisce di Biondo 901 è lo stile adottato da Zannoni, che mischia, facendole interagire per poi giungere ad una fragorosa deflagrazione, diverse parlate: dal dialetto di provincia alle storpiature linguistiche tipiche di chi giunge in Italia dall’est europeo. Ciò determina un’immedesimazione totale del lettore nei singoli squarci che Zannoni apre sulla vita di ciscuno dei protagonisti.
La caratterizzazione psicologica non è a tutto tondo ma è assolutamente funzionale alla narrazione.
La scrittura è veloce, ora nervosa ora suadente per dare tregua al lettore. I ritmi, come già affermato, sono quelli del cinema e la struttura a scatole cinesi richiama evidentemente le opere recenti di Innarritu.
L’abilità di Zannoni di rivisitare con eleganza tutti i luoghi classici del noir e del melò (emblematico in questo senso il ruolo di primaria importanza affidato alle femme fatale di turno) è speculare al loro ribaltamento quasi immediato.
I protagonisti inseguono il loro destino ineluttabile con grande umanità, consapevoli che nel momento in cui la strada appare in discesa è solo un  momento di apparente calma piatta, la quiete prima della tempesta. Ma qui la tempesta è più crudele e bizzarra del solito perchè nel momento in cui sembra offrire una via d’uscita, magari consentendo di nascondersi nei suoi vortici, ecco che assistiamo al più imprevisto dei ribaltamenti.
Il contro-finale amarissimo riporta la quiete dopo la tempesta, una quiete irreale, una disillusione che si consuma ad un centimetro dalla meta.

Quando verrai

Autore: Laura Pugno
Titolo: Quando verrai
Edizione: Minimum Fax, 2009
Pagine: 123

quando_verraiDi Marialuisa Fascì Spurio
Tra letteratura fantastica e romanzo di formazione, Laura Pugno trova uno modo tutto particolare per raccontare l’età di passaggio e i suoi riti universali. In un’Italia in cui sono accentuati tutti gli elementi di marginalizzazione sociale e di degrado anche ecologico,  in un particolare Delta che sembra a sua volta un territorio già fantastico, straniante  e sfuggente,  si svolge la vicenda di Eva, una ragazzina con poteri soprannaturali, affetta da una strana malattia della pelle a cui pare non esserci rimedio. Tutto il romanzo è pervaso da una oscura sospensione magica e a volte crudele che con una lingua ipnotica mischia con estrema naturalezza fantastico e reale, inquietudine e candore.

È prima di tutto la storia di una condizione sociale marginale e difficile, di una bambina orfana di padre che vive con la madre in una roulotte e che scopre, grazie anche ad una serie di incontri molto importanti, di avere uno strano e difficile dono: vedere la morte delle persone. Le basta toccare appena qualcuno e le immagini degli ultimi istanti della vita di questa persona le si materializzano davanti.

E propio partendo da qui Eva inizia a scoprirsi, a scoprire il suo corpo macchitao e lesionato, a scoprire  cosa si nasconde dietro questa diversità selvatica e misteriosa nello stesso tempo, nella continua sospensione e accelerazione temporale, tra gli incontri, le fughe, i difficili rapporti umani, incontreremo Leila, Stasi, Ethan, Montserrat, tutti personaggi da cui Eva imparerà a capire un po’ alla volta il suo corpo.

Crudele ed elegante, in un flusso di immagini e visioni taglienti, senza picchi, nè precipizi,  Quando verrai è una favola nera fatta di carnalità e lacrime,  di desolazione suburbana, roulotte, guard-rail, banchetti di mercato, bar di periferia e soprattutto di inziatico dolore. Qui c’è Eva, personaggio fatto di corpo più che di parola e qui Eva proprio attraverso il corpo racconta il suo potere salvifico e doloroso e racconta, asciutta e cadenzata, la storia di un incontro, di una relazione e di un destino.