Mese: maggio, 2009

Michelangelo. La grande ombra

michelangeloRecensione di Antonio Tirelli

Autore: Filippo Tuena
Titolo: Michelangelo. La grande ombra
Edizioni: Fazi, Roma 2008
Pagine: 312

Le vie del racconto sono infinite, si direbbe. Perlomeno, sono molteplici, come molteplici sono gli strumenti che ognuna di queste vie impone, o suggerisce di utilizzare. Nel suo Michelangelo, la grande ombra[1] Filippo Tuena utilizza una fra le strade più tortuose: uno di quei sentieri che attraversano i generi mescolandoli, da una parte consentendo di dissodare vari terreni letterari e attingere ad un bacino creativo più ampio di quello normalmente a disposizione del narratore “puro”; ex contraria parte, mettendo lo scrittore nella difficile condizione di avere molti strumenti diversi fra loro, di difficile utilizzo e di difficile integrazione. Nel nostro caso, parliamo dei complessi utensili che stanno in bilico fra il romanzo corale e il documento storico, i quali impongono di affiancare ad un approccio storiografico l’invenzione narrativa, non tanto intesa come “falso”, bensì considerata come ricostruzione di atmosfera, come aggiunta di pathos al rigore dell’indagine artistica, storica, filologica. Il viaggio che Tuena chiede ai suoi lettori di intraprendere parte da una sola domanda: perché Michelangelo, dopo aver abbandonato Firenze nel 1534, non vi ha più fatto ritorno? Posto l’interrogativo, ci si immerge in un flusso narrativo dinamico e non banale all’interno del quale, con un atto di umiltà letteraria, l’autore lascia che chi legge sia preso per mano dai protagonisti del libro. Ci si scopre sospesi in un’atmosfera di quasi assenza di spazio e tempo, eppure ancorati saldamente ad una rigorosa documentazione che prende vita pagina per pagina, parola per parola. I documenti si animano e si trasformano in persone, e proprio in questo è la pregevolezza del romanzo. Michelangelo è protagonista in absentia, perché a raccontare sono coloro che, in un modo o in un altro, ebbero a che fare con lui. Tommaso de’ Cavalieri, Giorgio Vasari, Cosimo I de’ Medici parlano, e ogni intervento è come un grandioso epitaffio che riassume interrogativi e aspirazioni, che si fa ricettacolo di trionfi, sconfitte, invidie e altruismo. Parlano i servi di Michelangelo, i suoi amori e coloro che più da vicino collaborarono alle sue opere, parla il nipote Leonardo che curò le memorie di quello zio di carattere tanto impossibile quanto impossibile fu l’eventualità di eguagliarlo nella pittura, nella scultura, nell’architettura. A tratti, al lettore più avveduto sembrerà che in Michelangelo, la grande ombra si possano rinvenire echi provenienti dall’ Antologia di Spoon River. Narrativamente parlando, la testimonianza viene resa all’autore, ma l’impressione generale è che – proprio come avviene in Spoon River – i testimoni stiano parlando a noi, utilizzando il Maestro come pretesto per raccontare non solamente sé stessi, ma soprattutto per riflettere sui giorni e le opere umane, sulla grandezza dell’arte e la caducità dei desideri. Sulla vita e sulla morte e sul tempo, sull’arte e sul tormentato rapporto che l’ingegno umano instaura con il potere; tanto più tormentato quanto più l’ingegno è mirabile e quanto più il potere e autorevole o autoritario. Sulla vita e sulla morte. Soprattutto, sulla possibilità che l’esistenza, da materia evanescente e volatile, acquisisca l’immortalità laddove vi sia chi continui a raccontarla. NOTE [1] Il volume è la riscrittura di un libro apparso per i tipi dell’editore Fazi nel 2000, il cui titolo è La grande ombra.

Recensione di Milvia Comastri

Autore: Filippo Tuena
Titolo: Michelangelo. La grande ombra

Edizioni: Fazi, 2008
Pagine: 312

Perfetto.
Potrebbe essere l’unico mio commento dopo la lettura di questo libro. Un libro perfetto.
Non è sempre detto che un libro perfetto sia anche un buon libro. Un testo può essere giudicato perfetto perché, ad esempio,  l’autore ha applicato con impeccabile abilità una tecnica di scrittura. Perfetto, cioè, come può esserlo un teorema geometrico. Un testo dove tutto quadra, dove nulla è fuori posto. Un testo, alla fine, il cui risultato è di una gelida, asettica perfezione.
Ma  l’aggettivo “perfetto”, quello che a mano mano che procedevo nella lettura di “Michelangelo la grande ombra” di Filippo Tuena  era costantemente presente nella mia mente, ha tutt’altre motivazioni.  Perfetto come sinonimo di splendido, grandissimo, e forse, irripetibile, unico.
Non ho paura di lasciarmi trasportare dall’enfasi, anzi, so bene che le mie parole sono troppo povere per esprimere quanto valore ( e quanti valori) siano contenuti in questo testo.
Non si può definire un romanzo, non si può definire neppure un libro di storia dell’arte.
E’ qualcosa di talmente vivo, che mi è difficile collocarlo in una categoria.
Ma forse, a questo punto, sarà bene che brevemente io accenni all’argomento trattato da Tuena in questo suo capolavoro.
Tutto il libro prende spunto da questa domanda: perché Michelangelo Buonarroti, vecchio e malato, rifiutò i molteplici inviti dell’altrettanto vecchio Cosimo de’ Medici a lasciare Roma e rientrare a Firenze?
E a tentare di rispondere a questa domanda ecco apparire in scena molteplici personaggi contemporanei a Michelangelo, ognuno con la propria testimonianza, ognuno con la propria storia e il proprio carattere. Ognuno con il proprio modo di esprimersi.
E sta qui, la perfezione. L’Autore sparisce completamente, si annulla, e il lettore si trova ad ascoltare il suono di queste voci, una diversa dall’altra, come se egli stesso stesse conversando con Cosimo I de’ Medici, o Clemente VII, o Vittoria Colonna, o altri personaggi minori, ma sempre legati in qualche modo a Michelangelo.  Come se la domanda da cui parte il libro, a questi personaggi, l’avesse posta lo stesso lettore.
E ognuno di questi personaggi parlando di Michelangelo svela qualcosa di sé: delle proprie debolezze, delle ambizioni frustrate, della fatica del vivere, della  paura della morte, della fragilità della vecchiaia,  delle invidie, degli intrighi e della delusione  della vita  politica.
Cosicché  in questi, che sono personaggi storici, vissuti in un tempo tanto lontano da noi, riusciamo anche a vedere qualcosa di noi stessi. Ed è così che “Michelangelo la grande ombra” riesce ad essere anche un libro di un’attualità sorprendente.
Filippo Tuena ha un grande dono, davvero: non ha solo una scrittura particolarissima e incantevole (nel senso che ci si incanta, veramente, leggendolo) ma ha anche la rarissima capacità di entrare nell’animo del personaggio, sia esso esistito veramente o sia un parto della fantasia. Le pagine non le scrive Tuena, ma le scrivono, anzi, le “dicono” Giorgio Vasari, o Benvenuto Cellini, o il domestico Antonio del Francese. Così come nell’altro   stupendo libro di Tuena “Ultimo parallelo”  dalle pagine escono le voci di Robert Scott, e del tenente Evans,  e di tutti i componenti della  spedizione al Polo Sud conclusasi così tragicamente.

Apro il testo a caso, per riportarvene un piccolo brano. A caso, perché ogni capitolo, ogni pagina, ogni riga, ogni parola, ha, in questo libro, la medesima, grande valenza.
Qui si parla del dolore dell’esilio.

Donato Giannotti, storico e letterato

 Per capire l’animo di Michelangelo dovete pensare a un uomo solo che sta nel buio della sua camera e sente fuori rumori di festa, risa, allegria e frastuoni. pensate a un uomo che vorrebbe condividere la serenità e che non può farlo perché un’ansia interna glielo impedisce.
Pensate a un uomo che avrebbe voluto una famiglia e affetti e che il destino ha condotto diversamente.
Pensate a un uomo che avrebbe voluto amare e che non ha potuto.
Pensate a un uomo che ha il rimpianto per un volto materno che la sorte ha voluto strappargli quand’era appena un fanciullo di cinque anni.
Pensate alle notti di quel bambino, ai pianti, alle grida inascoltate, all’ombra che gli ha sempre velato il sorriso.
Pensate al bene che gli fu lontano; alla patria negata. Non vi sarà difficile allora figurarvi la somma dei suoi dispiaceri.
E se non vi basta, guardate me stesso, in questo rinnovato esilio veneziano. Guardate un vecchio della mia età. Guardate come il tempo mi scorre sopra, come le passioni mi scivolano via e come tutto mi sembra vano e futile e lontano.
Vivo ospitato in case altrui e mangio alla tavola d’altri. Di me, non ho che il passato. E anche quella memoria è appena percettibile, velata com’è dal danno dell’essere vissuto lontano

Venezia, sul Canal Grande, primavera del 1570

Potrei scrivere ancora a lungo, su questa mia esperienza di lettura. Ma non farei altro che ripetere che il libro è stupendo, e che dovrebbe veramente essere in tutte le nostre case e nelle scuole italiane. E che, se tanto ero rimasta colpita positivamente da Ultimo parallelo,  questo Michelangelo ha incredibilmente superato ogni mia aspettativa.

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Monteverde

Dalla A allo Zammù :: alfabeto letterario
a cura di Zammù Libreria e Casa Lettrice Malicuvata
Via Saragozza 32/a – Bologna

copt136 giugno 2009 :: h. 21.30
Gianfranco Franchi, Monteverde, Castelvecchi– introducono Marco Nardini e Simone Olla

Monteverde è un concentrato di storie sui nostri tempi, il luogo che dà voce a una vita di trentenne: né un romanzo né una raccolta di racconti. Oppure entrambi.

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L’esatta sequenza dei gesti

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a cura di Zammù Libreria e Casa Lettrice Malicuvata
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esatta-sequenza-gesti

28 Maggio 2009 :: h. 19.30
Fabio Geda, L’esatta sequenza dei gesti, Instar libri – introducono Antonio Tirelli e Giovanni Curreli

Marta ha 12 anni quando lascia casa sua per trasferirsi nella comunità alloggio di via Paolo Sarpi. Corrado di anni ne ha 16 anni, guarda il mondo facendo il duro e, nella stessa comunità, aspetta che la madre esca dal carcere. Fabio Geda lavora per il Gruppo Abele e insegna alla Scuola Holden: e ha provato a raccontare le loro storie.

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Info: zammu@tiscali.it

E il cagnolino rise

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LAVORARE STRONCA se DIO E’ DISTRATTO

Dalla A allo Zammù :: alfabeto letterario
a cura di Zammù Libreria e Casa Lettrice Malicuvata
Via Saragozza 32/a – Bologna

26 maggio 2009 :: h. 21.00
LAVORARE STRONCA se DIO E’ DISTRATTO

Ovvero la presentazione/reading di cose sparse estratte dai volumi LAVORARE STRONCA e DIO E’ DISTRATTO.

Poesiole, raccontini e cose belle con Andrea Coffami, Gianluca Liguori e Angelo Zabaglio.

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Volk

Recensione di Marialuisa Fascì Spurio

Titolo: Volk
Autori: Graziano Cernoia, Marco Pasquini
Edizioni: M. Edizioni, Sassari 2008
Pagine: 153

volkUna serie di immagini, una fotografia senza trucchi, pura e cruda.
Stai lì in questa sequenza mozzafiato, un po’ caotica, un po’ incazzata, e vivi piccoli viaggi. Sali  a bordo di qualsiasi mezzo disponibile e percorri km di cellulosa che in poche frasi diventa celluloide per ritornare cellulosa in accenti di lirismo e flusso di coscienza vomitato a bordo strada.
Questo è Volk. Un esperimento linguistico a metà tra la narrazione e la fotografia, un groviglio di sensazioni, sciolte e poi legate, che ti ferma e ti dà strada, allacciandoti sotto quella potente spinta della libertà di cercare, esplorare, capire. Si può fare epica perfino in flashback, fotogrammi e  lingua gergale incrociata ed abbracciata a storie di fatica e morte. Volk è fatto di materia organica, è un fiume vischioso difficile da guadare, di quella resina malinconica e mitteleuropea, senza un’estetica codificata, né manierismo post-moderno già confezionato: qui il garbuglio è di pancia, emotivo, ruvido. Come la storia fuori dal manuale, come suonare fuori dal palco…
“Sì, dormire e viaggiare.
Sentire che tutto quello che ho alle spalle si congela, diventa davvero un ricordo.
Andare il più lontano possibile, fin dove non c’è legge”.

Volk

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volk16 maggio 2009 :: h. 19.30
Volk, Graziano Cernoia e Pasquini Marco –  M. Edizioni

interventi di: Davide Masi, Luciano Gaetani, Federico Minghini detto Mingo.
Saranno presenti gli autori
Volk è fatto di materia organica, è un fiume vischioso difficile da guadare, di quella resina malinconica e mitteleuropea, senza un’estetica codificata, né manierismo post-moderno già confezionato: qui il garbuglio è di pancia, emotivo, ruvido. Come la storia fuori dal manuale, come suonare fuori dal palco…

Negli spazi di Zammù, tra sculture di cartapesta, vini e formaggi, una rassegna letteraria per tutti i gusti, un vero e proprio alfabeto letterario. Otto mesi in compagnia di libri e autori, reading, installazioni video, teatro.

 

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L’amore ci farà a pezzi e P40

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azimut_amore_a_pezzi_mr5 Maggio 2009 :: h. 19.30

Andrea Malabaila, L’amore ci farà a pezzi, Azimut libri – introduce Gianluca Morozzi

Lui ha ventisette anni ed è stato una promessa (mai mantenuta) del tennis italiano. Lei è una tennista tedesca che ha deciso di allenarsi per un anno in Italia. Lui è bloccato dalle aspettative degli altri e dalle occasioni mancate. Lei è curiosa e vive ogni giorno come una nuova opportunità.

h. 22.00 :: P40 da Zammù – satira degli usi e costumi
P40 è un poeta del quotidiano.. umile, ironico, buffone…POETA! P40 vive e lavora nel SALENTO da cui riceve numerose influenze, che riesce abilmente a filtrare e rielaborare. La sua arte sa di pomodoro, di pecorino, di basilico, ed è calda come il sole e la cultura salentina. Pur conservando il ricordo della tradizione, P40 segue un suo binario preferenziale fatto di ironia, di satira, di parodia, che applicate alla musica danno un mix irresistibile di folk, rock, musica cantautoriale e trash…
 

Negli spazi di Zammù, tra sculture di cartapesta, vini e formaggi, una rassegna letteraria per tutti i gusti, un vero e proprio alfabeto letterario. Otto mesi in compagnia di libri e autori, reading, installazioni video, teatro.

 

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Le loro vite si incrociano con la complicità di internet e prendono entrambe una direzione inaspettata: quello che lui vede come il proprio possibile riscatto, per lei è un bivio tra la sicurezza di un rapporto consolidato da anni e il desiderio di non accontentarsi mai.

Polaroid – feat Cinemavolta

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3107787392_c5cf98ed4b4 Maggio 2009 :: h. 19.30
Gianluca Mercadante in un reading da Polaroid (Las Vegas Edizioni) feat Cinemavolta

Le Torri Gemelle, il G8, il black-out, la rivolta dei cinesi a Milano… La cronaca piove dalle televisioni e ipnotizza il pubblico, manipola il gusto, coltiva e armonizza paure. Illustrato a violenti chiaroscuri dal pittore inglese Tobin Florio, Polaroid fotografa il mondo odierno in dieci istantanee la cui luce improvvisa scopre, ma non sorprende, una società di esseri umani allevati secondo una logica di regime sotterranea, “democratica”.

Negli spazi di Zammù, tra sculture di cartapesta, vini e formaggi, una rassegna letteraria per tutti i gusti, un vero e proprio alfabeto letterario. Otto mesi in compagnia di libri e autori, reading, installazioni video, teatro.

 

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Perdas de Fogu

Recensione di Giovanni Curreli
Autore: Massimo Carlotto e Mama Sabot
Titolo: Perdas de Fogu
Editore: Edizioni e/o, Roma 2008
Pagine: 159

copertina-perdasUna delle abilità di Carlotto sta nel costruire personaggi che non avrebbero nulla di cui esser fieri ma con cui si riesce comunque ad entrare in empatia. Pierre Nazzari è un disertore che nella sua vita ha fatto cose indiscutibilmente criticabili e per questo finisce nelle mani delle forze dell’ordine che pensano bene di farne un loro servo, riducendolo al loro servizio e mettendolo alle calcagna di qualche suo ex-commilitone che, come lui, ha intrapreso la ben più fruttuosa strada della criminalità e di vari traffici piuttosto che l’onorata carriera militare. Ma chi “usa” Nazzari non è meglio di lui. Gli interessi che inducono le forze dell’ordine ad utilizzare Nazzari per pedinamenti e perquisizioni non canoniche, sono spesso oscuri e talvolta sfociano nell’illecito, sono interessi mossi da mani politiche e da affari economici fatti alle spalle degli ignari cittadini e portati avanti da dei gran figli di buona donna come Tore Moi, una figura negativa che sa tanto di agente dei servizi segreti deviati. Ma è una figura intelligente, silenziosa e cinica che fa il lavoro sporco che irreprensibili politici non possono certo fare perché continuamente impegnati a mostrar il loro bel viso agli elettori che pendono dalle loro rassicurazioni. Questa è un’altra caratteristica di Carlotto, è difficile trovare dei personaggi buoni ed alcuni cattivi ed è per questo che si finisce comunque per parteggiare per il protagonista, anche se pure lui non è certo un angelo. Non ci saranno i buoni ma di certo ci son le vittime, e questa è Nina. Nina è una veterinaria che sta portando avanti uno studio nel salto di Quirra dove gli effetti nefasti del Poligono di Perdas de Fogu (il più grande poligono militare d’Europa) si riversano sugli ovini e quindi presumibilmente anche su persone e colture, ma il suo studio non è ben visto da chi in quel poligono scorge una miniera d’oro per le proprie tasche, ed è proprio qua che potere politico e militare si intrecciano con la vita di Nazzari e di Nina generando una guerra sotterranea che tirerà fuori il peggio da ogni protagonista. Sia chiaro, nella nostra libreria divisa per sezioni questo libro non andrà certo inserito fra i romanzi di inchiesta o di denuncia per quanto sicuramente abbia uno studio alle spalle, ma l’occasione per informarsi sulla questione del poligono del salto di Quirra è servita, da Carlotto e Mama Sabot, su un piatto d’argento. Forse è bene dubitare di chi, per il nostro benessere economico, propone l’ampliamento del poligono in barba ad ogni pericolosa conseguenza – di cui l’uranio impoverito è solo la punta dell’iceberg – che già quella struttura porta con sé. Forse è bene capire se il benessere economico che una tale struttura potrebbe generare vada di pari passo con il benessere sociale che è quello che importa davvero. E allora metterò questo romanzo nel terzo ripiano, quello dei bei noir, oppure nel quarto, dove stanno i romanzi collettivi, perché Professor Carlotto ha coordinato un nuovo gruppo di giovani (Mama Sabot) per una scrittura a venti mani, talvolta col risultato che la scrittura appaia un poco eterogenea e che qualche passaggio risulti un poco acerbo, ma nel paese in cui la gerontocrazia è istituzione, almeno nel campo della scrittura, la gioventù ha un bell’avvenire.