Volk

di malicuvata

Recensione di Marialuisa Fascì Spurio

Titolo: Volk
Autori: Graziano Cernoia, Marco Pasquini
Edizioni: M. Edizioni, Sassari 2008
Pagine: 153

volkUna serie di immagini, una fotografia senza trucchi, pura e cruda.
Stai lì in questa sequenza mozzafiato, un po’ caotica, un po’ incazzata, e vivi piccoli viaggi. Sali  a bordo di qualsiasi mezzo disponibile e percorri km di cellulosa che in poche frasi diventa celluloide per ritornare cellulosa in accenti di lirismo e flusso di coscienza vomitato a bordo strada.
Questo è Volk. Un esperimento linguistico a metà tra la narrazione e la fotografia, un groviglio di sensazioni, sciolte e poi legate, che ti ferma e ti dà strada, allacciandoti sotto quella potente spinta della libertà di cercare, esplorare, capire. Si può fare epica perfino in flashback, fotogrammi e  lingua gergale incrociata ed abbracciata a storie di fatica e morte. Volk è fatto di materia organica, è un fiume vischioso difficile da guadare, di quella resina malinconica e mitteleuropea, senza un’estetica codificata, né manierismo post-moderno già confezionato: qui il garbuglio è di pancia, emotivo, ruvido. Come la storia fuori dal manuale, come suonare fuori dal palco…
“Sì, dormire e viaggiare.
Sentire che tutto quello che ho alle spalle si congela, diventa davvero un ricordo.
Andare il più lontano possibile, fin dove non c’è legge”.

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