Passaggi di Gianluca Morozzi

di malicuvata

Vanni Santoni: Racconta la tua formazione fumettistica, dagli albori a oggi, e come ha influenzato la stesura di “Colui che gli dei vogliono distruggere”.
Gianluca Morozzi: Il mio rapporto maniacale e morboso con i fumetti è nato il giorno in cui mio nonno mi ha regalato un numero dell’Uomo Ragno (editoriale Corno) intitolato “Faccia a faccia con il morto”. Avevo sei anni. Da allora ho collezionato e colleziono ancora ogni albo e volume possibile che abbia a che vedere con i supereroi Marvel e Dc. Nel frattempo, leggendo i supereroi, ho scoperto alcuni geni assoluti come Grant Morrison e il grandissimo Alan Moore, di cui ho letto tutto il leggibile, ho scoperto Peter Bagge e Love and Rockets… e, soprattutto, un giorno mi è capitato in mano un volumetto di Andrea Pazienza, e quel giorno mi sono chiesto come avevo fatto sin lì a vivere senza aver letto quel genio. Per cui, a cadenza più o meno biennale, mi ricompro le nuove edizioni di Pertini, o di Pompeo, o di Pentothal, sempre sperando in mezza tavola inedita…
In Colui che gli dei vogliono distruggere è entrato un po’ tutto… il supereroe alla Alan Moore (Supreme, o Tom Strong), i cinquant’anni di congelamento (Capitan America), le origini risalenti all’ottocento (Wolverine), accenni alla Legione dei Supereroi… e le sottotrame eterne che si trascinano numero dopo numero, con l’arcinemico che trama nell’ombra pronto a colpire…

Vanni Santoni: Tu scrivi un sacco di libri. Ergo ti sarai già chiesto qual è il ruolo dello scrittore oggi. Diccelo.
Gianluca  Morozzi: In realtà non me lo sono chiesto affatto. Se inizio a pormi domande su quello che è il ruolo dello scrittore e le responsabilità dello scrittore nei confronti del mondo e il peso dello scrittore di fronte alla società, inizio ad andare in crisi e a scrivere delle porcate allucinanti. Preferisco andare avanti come un treno, scrivere senza pensare a quel che significa ciò che sto scrivendo per l’universo-mondo ma solo quel che significa per i miei lettori, per me e per il mio editore. Per fare discorsi seri, ci sarà tempo più avanti. Intorno al trentacinquesimo romanzo.

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