Il libro nero del mondo

di malicuvata

Autore: Gabriele Dadati
Titolo: Il libro nero del mondo
Edizioni: Gaffi, Roma 2009
Pagine: 195

di Barbara Gozzi

Il libro nero del mondo’ si trascina echi, aspettative precise. Tangibili. E’ un titolo pesante sotto molti punti di vista, richiama altre produzioni letterarie, altri ‘libri neri’ che negli anni si sono insinuati lasciando o meno tracce.

Ma ‘il libro nero del mondo’ è un romanzo, non ha pretese documentaristiche, non ‘saggia’ realtà, piuttosto le flette, ne impasta schegge ‘vere-verosimili’ con altre oniriche che sono invettiva quanto carne.

Il primo elemento che colpisce è un nome. Gabriele. Non tanto per gli echi biblici, non solo. Piuttosto per il duplice ruolo in esso racchiuso: autore e protagonista. Non è il primo libro di recente pubblicazione che ‘lavora coi nomi’, forse ha un senso, forse no. Scegliere il proprio nome, proprio dell’autore, per il protagonista di una storia è una volontà precisa io credo. Necessità forse, di mantenere attraverso tempo e scritture, un contatto, di insistersi. Volontà che già un altro autore italiano contemporaneo ha espresso in un’uscita di quest’anno.

Gabriele Lazzari è un regista alle prese con un lungometraggio impegnativo, dai sensi sfuggenti. Giovane, ma pieno di idee, ossessionato dalle immagini, dagli incastri tra dinamiche e percezioni, lavora sodo a una storia difficile sui moderni cannibali. Ma Gabriele è atteso per un altro ruolo, qualcosa di inaspettato, imposto. L’attore (in passato amico) protagonista del lungometraggio sparisce, ed è proprio per ritrovarlo che Gabriele finisce risucchiato da una spirale dominata da un ‘uomo’ che sente chiamate divine nella testa, e per assolverle, per fermare il male, uccide. Gabriele ne diventa l’osservatore, è trattenuto per tramandare, per registrare intenti, gesti. E da questo neo ruolo imposto, da ‘arcangelo metropolitano’ come lo ha definito Marcello Fois, fuggirà portando con sé altri sensi, ricostruzioni di realtà impastate da Dadati i cui ingredienti sono cronaca e vissuto.

Mi soffermo sull’annotazione chiedendo direttamente all’autore:

Barbara Gozzi: Gabriele è nome proprio che ne ‘Il libro nero del mondo’ acquista un peso specifico. Perché questa scelta? Da dove arriva l’esigenza di ‘collegare’ te in quanto autore con il protagonista (se di questo si tratta, di collegare)? Dov’è il confine tra il Gabriele che scrive e quello che dentro una storia, respira e vive?

Gabriele Dadati: Gabriele Lazzari, il protagonista de Il libro nero del mondo, ha un nome necessario: Gabriele è infatti il nome dell’arcangelo che annuncia a Maria la futura nascita del Cristo e il mio romanzo è, a modo suo, un romanzo mariano. Dal punto di vista del profilo biologico e professionale non condividiamo quasi nulla. Lui ha infatti una quindicina d’anni più di me, fa un mestiere che non è il mio, è sposato come invece io non sono e così via. Per divaricarlo il più possibile da me ho tra l’altro scritto il grosso del romanzo in terza persona. C’è invece, nell’ultima parte, un personaggio di cui non conosciamo il nome che prende la parola in prima persona e che condivide con me una serie di cose (ma anche questo personaggio è sposato ed è pure padre, cosa che io non sono). Questo personaggio si fa portatore di una serie di istanze che io sottoscriverei, ma resta senza nome anche perché possa essere “riempito” dalla personalità di ogni lettore, che forse potrà sentirselo così vicino. – È vero però che in Gabriele Lazzari ho disseminato qualcosa di mio: ad esempio, per dirne solo una, Lazzari è uno che si veste un po’ come gli capita, il che è quello che faccio sempre anch’io.

La lingua di questa nuova creatura è per Dadati espressione di una crescita importante, e se il termine ‘crescita’ pare svalutato, scontato, resta ‘evoluzione’. E’una lingua che gioca, con se stessa e il lettore. Che si avvale di tecniche miscelate con sapienza, che usa le parentesi per narrare sequenze su piani temporali diversi rispetto alla narrazione principale. Che fonde strutture, dove le scene hanno echi cinematografici oltre la mera spettacolarizzazione creativa. Dove ci sono parole che ricorrono, parole con un peso specifiche sotto i significati superficiali e che riaffiorano rosicchiando il lettore con pacata insistenza. Poi ci sono i sogni, il piano onirico dove si mescolano messaggi, codici e proiezioni di realtà, visioni trascinanti. Fino ai fantasmi, l’ultra-terreno che è comunque carne, acquista materia svelandosi, accettando un contatto con il protagonista ma soprattutto col lettore che sbircia, attende, afferra.

L’intera narrazione è una sequenza materiale e im-materiale. Gesti che sono un ‘esterno’ espressione (anche) dell’interno. Corpi che si muovono. Azioni semplici poi assemblate. E attra-verso, tra, con la carne, emergono poco alla volta quei sensi che sono intenti ma anche sentimenti, scelte, bisogni. Male. E proprio su quest’ultimo – sul male – chiedo a Dadati:

Barbara Gozzi: Mi parli di questo ‘male’, delle sue sfumature, dei livelli? E’ un ‘male’ che avevi addosso, programmato tra le righe, oppure alla fine la storia te ne ha riconsegnato sfilacciature inaspettate? Ma anche: il libro nero del mondo restituisce, tratteggia, il ‘male di tutti’ o lo deforma amplificandolo attraverso, con, dentro il male stesso?

Gabriele Dadati: Il male di cui parla Il libro nero del mondo è una categoria che mi pare di aver intravisto esistere nel mondo e non è qualcosa di metafisico o inspiegabile: è costituito dalla somma del contributo che i singoli uomini, consapevoli o inconsapevoli, portano al male attraverso le azioni che compiono. Ma questo non è un problema, perché anche per il bene può essere lo stesso, anche il bene può esistere nel mondo come la somma del contributo che i singoli uomini portano tramite le loro azioni ed equilibrare così il male, magari addirittura superarlo. Il libro nero del mondo però è stato scritto pensando che siamo arrivati a un punto in cui si fa molto più male che bene. La soluzione, se una soluzione c’è, è stata collocata fuori dalla comunità degli uomini: la soluzione, non il problema, è metafisica e viene affidata a un lato femminile salvifico. A patto naturalmente che si scelga di affidarsi a questo lato metafisico femminile, che è poi Maria, nata nel mondo ma assunta in Cielo, e per questo interlocutore del nostro stare nel mondo. Io ho pensato di scrivere questo libro perché sentivo quest’onda mugghiante che cresceva e mi veniva incontro. L’ho fatto perché sono uno scrittore, ma forse avrei potuto farlo in diversa forma se fossi stato un filosofo o un teologo.

La lettura, dunque, richiede ascolti trasversali. Le storie si incastrano, scivolano tra strumenti apparentemente diversi per poi fondersi. C’è la storia dei cannibali, storia che attinge direttamente dalla cronaca, ad oggi (agosto, settembre 2009) basta digitare ‘cannibali’ su un motore di ricerca per rintracciare notizie come questa o questa, e questa. Poi c’è la storia di un uomo ‘qualunque’ che di mestiere vorrebbe fare il regista per il cinema e ci sta provando, sposato con una donna che ama in modo non convenzionale, una donna amante dei raduni new age e che Gabriele cerca con la fisicità della passione che è carne e altro. Ma anche la storia di un fantasma, che appare nel giardino del protagonista, fugaci visioni spiazzanti prima di svanire, ogni tanto piange questo fantasma, fino ad assumere precise sembianze, necessarie. E naturalmente la storia di un ‘uomo’ che si sente addosso una chiamata divina, che sente, vede, assorbe e rifiuta Il Male che sta contaminando irrimediabilmente il mondo, rendendo tutto blasfemo, inutile, insopportabile. Proprio per combattere questa insopportabilità, l’uomo asseconda la chiamata, e chiede aiuto all’unica persona che gli sembra capace di ascoltare, che spera possa capire, questa lotta disperata che è male nel male, che lo cerca, il male, fino alla trasumanazione finale, la morte. Tante storie insomma, volti diversi che ruotano concentrici. E personaggi che racchiudono piccoli universi parti del messaggio. Alice, la segretaria di edizione, Ruggero, l’aiuto regista, Nicole, la moglie, Marco Sernesi, l’ex amico attore, Maria che è figlia e altro.

Il romanzo è diviso in tre parti, richiami danteschi a Purgatorio, Inferno e Paradiso. Richiami a gironi che si perdono negli sviluppi, tra inquadrature e cambi di scene, come già in passato fece (con modalità e sviluppi diversi) un altro giovane autore italiano contemporaneo.
Ma, se ‘Purgatorio’ e ‘Inferno’ hanno legami diretti tra loro, negli sviluppi, tra tentacoli che affondano nelle voci; ‘Paradiso’ rotola spostando drasticamente inquadratura, pur non virando completamente impone al lettore un radicale cambio di visuale, il punto di vista di ‘un’ altro personaggio-essere-autore (autore del ‘libro nero del mondo’, non di qualcos’altro, proprio di questo stesso romanzo) che qui narra in prima persona scalzando il narratore esterno già, in realtà, parzialmente detronizzato dalle mail del Gabriele-regista che dall’Inferno tenta in ogni modo di non perdersi completamente. ‘Paradiso’ è, in effetti, uno stacco che spezza, urta. Racchiude una (non) conclusione, prende per mano il lettore in una passeggiata-scoperta di una tranquilla dolcezza disarmante. Dolcezza che non è assoluzione, non forza eccessi né cerca risoluzioni scontante. Tutt’altro. “Gli angeli si addormentano nella schiena del tempo” (pag.195) lo dimostra. “Il momento storico brutalizzato” di cui parla il narratore-personaggio ormai in chiusura di scena, non è ‘fine’, o arrivo. E’. Esiste. Resta. Si aggrappa. Deve perché è questo, forse, uno dei sensi più forti del romanzo: il riconoscimento della deformata realtà in essere, oltre pagine e tessiture di parole.

L’apocalisse riveste un ruolo preciso, in questa romanzo. Apocalisse che probabilmente è tematica ricorrente per Dadati, ossessione (forse) o ricerca, avendone già scritto in un racconto contenuto nella raccolta ‘Sorvegliato dai fantasmi’ pubblicata in ultimo da Barbera, seppure di altra ‘attesa’ si tratta, di una non fine che smaschera, nel racconto, piuttosto che annunciare. Nel romanzo invece, che di rivelazione si tratti è indubbio, la si preannuncia velatamente già nel ‘Purgatorio’.

Quando tutta questa storia sarà finita, e cioè quando inizieranno a piovere rane, Gabriele…
(pag.73)

E le rane arrivano, tra Inferno e Paradiso, non si fanno solo annunciare. Fino all’atto finale, finché ‘tutto’ entra in una Chiesa, avvolto (questo ‘tutto’) dalle parole di un santo che echeggiano tra morti, fede, male, e sangue. Sensi che forse confondono, forse no, si aggrappano all’“inesauribile superficie delle cose”, scavano.

Parole chiave insomma, già accennate in precedenza, ripetizioni pressanti che acquistano peso e sensi procedendo negli sviluppi.
Male
e corpo (corpi) più di tutti.
Male
che ossessivamente torna, si insinua, entra nella lingua quanto tra inquadrature.
Poi corpi, materia pulsante, viva nel suo essere tangibile, carne anche animalesca.
Perché questo male, che nel romanzo emerge gradualmente, ha anche sfumature erotiche, dove la carne si cerca, anela piacere e mescola percezioni. C’è un preciso erotismo, tra alcune piaghe della storia, che non mira ai riflettori, ‘è’ in quanto sfumatura, venatura dello stesso frutto acido-amarognolo che ha spigoli teneri, succosi, eccitanti in modo animalesco. Ma la differenza probabilmente sta proprio nella scrittura, nel modo scelto da Dadati per raccontare, un modo che leggendo ho pensato femminile, nelle delicate eppur puntuali, forti spennellate che ricreano atmosfere senza scadere nel crudo fine e se stesso.

Il corpo della ragazza è proiettato in avanti, tiene le braccia allacciate dietro la nuca di Gabriele e si alza quasi in punta di piedi. La sua bellezza cresce momento dopo momento mentre si baciano, la pelle si illumina e i lineamenti sono definitivamente lisci. Hanno entrambi gli occhi chiusi e le sensazioni liquide aprono i loro corpi a partire dalla bocca. La luce entra. Il bacio che si danno discende all’interno, convoca ogni organo: che partecipa. Una marea di sangue monta fino alle tempie, i genitali sono irrorati, la meccanica dei tessuti obbedisce a un desiderio condiviso. La luce artificiale mostra lembi di pelle sempre nuovi mano a mano che vengono scoperti. Si confondono il dentro e il fuori di ognuno dei due corpi. 
Il collo della ragazza si allarga fino a comprendere le spalle e si allunga fino a scoprire il seno. Gabriele lo bacia e poi lo morde.
(pag.46-47)

Da notare, nel breve stralcio sopra, l’uso della parola ‘corpo/i’. E le ripetizioni, qui appena accennate, in altri passi decisive. I termini che ritornano, in questo romanzo sono precise voci, sottolineano con modalità più o meno insistenti, parole che sono sensi, sotto-livelli, incastri. E’una scelta rischiosa, che però nel linguaggio scelto da Dadati calza, sta. Ripetere, insistere, per dare forma a un ritmo, una cadenza oltre lo stile, le strutture, per svelare una sostanza.

Altre key abbastanza evidenti: morte, libro, uomo, sogno, fantasma, sangue.

Che l’ultima parte, ‘Paradiso’ sia diversa dalle precedenti, l’ho già chiarito. Ma c’è un altro fattore, parallelo al narrare, che contribuisce in modo prepotente alla diversità. L’inserimento di immagini che sono fotografie bambine, scatti rubati alla (de)crescita e inseriti tra parole che si assottigliano, si tendono fino alla trasparenza, restituiscono livelli. L’effetto è quanto meno di amplificazione, destabilizzazione di ciò che il lettore può aver assorbito o tentato di capire in precedenza. Il connubio tra storie scritte e fotografie (o comunque immagini) non è novità eppure nella narrativa contemporanea tende alla svalutazione, diventa quasi eccesso inutile, stravaganza che svilisce le parole o il contrario, scatti mortificati da un contesto dove l’immaginazione domina e ruba attenzione e scena. Eppure, in questo come in altri libri (mi viene in mente Marco Mancassola ne ‘Il ventisettesimo anno’, Minimum Fax) il valore aggiunto, ciò che trasmette l’unione, mi pare sorprendente. Sono miscelazioni certo, che attendono interpretazioni. Eppure leggendo e osservando, osservando e leggendo è come se ‘Paradiso’ si elevasse suo malgrado. E’ come se si respirasse un’aria diversa, sin dalla prima riga che non svela nulla, non porta certezze. Sono altre, le certezze che il lettore acquisisce via, via.

Mi confronto allora, con l’autore:

Barbara Gozzi: Nel grande e variegato mercato editoriale, raramente sono state ‘perdonate’ le miscelazioni. La narrativa dev’essere parole e periodare.Per le immagini e altre forme più o meno creative, ci sono pubblicazioni specializzate. Puoi spiegarmi le ragioni che hanno portato alcune foto, precise e mirate secondo me, a ‘contaminare’ l’ultima parte del romanzo, Paradiso?

Gabriele Dadati: Le sei fotografie che sono state inserite nell’ultima parte ritraggono un bambino – lo stesso bambino – che ha dapprima quattro anni e mezzo, poi quattro, poi tre e così via fino ad avere, nell’ultimo scatto, pochi mesi. Questo perché volevo suggerire, senza usare le parole, che l’ultima parte è anche una regressione all’infanzia: per questo il bambino “decresce” invece che crescere. L’ultima fotografia di questo bimbo, che potenzialmente è ognuno di noi, cade nella terzultima pagina, dove si racconta di una messa di Natale in cui viene esposto il bambin Gesù (una statua in legno del bambin Gesù) perché i fedeli possano adorarlo. Il messaggio è allora che c’è la speranza del ritorno all’innocenza, che questo ritorno non è precluso. 
Non so se questa miscelazione sia imperdonabile. Forse però non è del tutto accessibile il messaggio che porta con sé, e questo potrebbe anche essere un problema.

Barbara Gozzi: Ho un’ultima curiosità-confronto, in parte già accennata in precedenza: il corpo, i corpi e le loro porzioni, sono secondo me personaggio-sottolivello, in questo romanzo. Son un ‘attraverso’ ma anche un ‘essere’. Me ne vuoi parlare? Quanto sono importanti e cosa tentano di ‘lasciare’, trasmettere, tra le maglie di una storia che spinge, preme sulle emozioni?
Gabriele Dadati: Se devo dire in cosa credo, be’, io credo in molte cose. Ma se devo dire di cosa ho certezza, la cosa è una sola ed è proprio il corpo, con le sue parti e i suoi gesti. I corpi stanno nel mondo e sono veri: tutto il resto (l’anima come l’intelletto come i pensieri come i sentimenti e così via) noi non lo vediamo e non abbiamo certezza che stia nel mondo. Tra gli ultimi paragrafi de Il libro nero del mondo c’è anche questo: “Se scavassimo con le mani per cinque secoli di seguito troveremmo la più grande grotta di cristalli che si possa immaginare. Ma il corrispondente punto della crosta terrestre dove è iniziato lo scavo alla fine sarebbe devastato. Solo in quel momento capiremmo che lì stava il senso. Nell’inesauribile superficie delle cose”. In questo paragrafo sto parlando anche del corpo: il corpo va valorizzato nella sua bellezza, nella sua sensualità, nella sua forza, perché noi siamo il nostro corpo. È un errore accordare un privilegio assoluto all’interiorità trascurando e mortificando il corpo. Dice un sintagma di Ferdinando Cogni: “siamo anima e corpo in una volta sola”. Credo avesse ragione.

Ringrazio Gabriele Dadati.

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