Non dire madre

di malicuvata

Titolo: Non dire madre
Autore: Albanese Dora
Editore: Hacca, Matelica (MC) 2009
Pagina: 183

Di Barbara Gozzi

Ci sono tre termini che mi vengono in mente a proposito di ‘Non dire madre’: fiammata, stordimento, millenovecentottantacinque.

Fiammata perchè le prime cinquanta pagine sono per l’appunto una fiammata in prima regola. Scaldano, offuscano, colpiscono coi pugni chiusi e la furia della trasparenza giovane e candida. Nelle successive venti pagine il corpo prende in parte ad assorbire l’urto, la fiamma si fa costante, diventa più controllabile (pare almeno). Ed è qui che arriva lo stordimento. Proprio quando lo stomaco sembra scaldarsi uniformemente, le viscere fremono al pensiero di nuove ipotetiche fiammate ecco che tutto vira. Ma proprio tutto. Lo stordimento è la scoperta che il romanzo mai realmente qualificato tale ma tacitamente immaginato (dal lettore) non è romanzo. Lo stordimento è finire risucchiati da volti, intrecci, affezioni e dis-affezioni, luoghi che hanno ‘teste’ e ‘code’ visibili. Anche lo stordimento comunque tende all’abitudine. Nelle ultime quaranta pagine le storie proposte con abilità di linguaggio e freschezza si accolgono con la voglia della ‘scoperta’.

Proprio nell’ultima pagina ho pensato a millenovecentottantacinque. L’anno di nascita dell’autrice. Che mi aspettassi (e dopo le prime venti pagine, desiderassi fortemente) una storia ad ampio respiro, dove lasciarmi annegare tra placenta, pensieri onesti e sguardi dolorosi. Che me l’aspettassi non lo nego. Che poi lo stordimento mi abbia avvolta e accompagnata, allo stesso modo è stupefacente e interessante. Ma più di tutto, alla fine, io credo non si possa scindere da quell’anno, che è età anagrafica di Dora Albanese. Al di là delle aspettative che il lettore può ritenere disilluse o meno, al di là della necessità di aggiungere o sottrarre spiegazioni, evoluzioni narrative alle storie che si snodano tra decisamente tante strade e vite; al di là di tutto questo. Trovo sorprendente che una giovane donna sia capace di entrare, abbozzare, dar voce e corpo a così tante donne diverse tra loro. Diverse per età, per vite scelte o subite, per linguaggi, conoscenze, abitudini, luoghi. Nonché per maternità. Che la condizione di ‘madre’ sia centro nevralgico del libro non stupisce, io credo, nemmeno chi non l’ha letto. Ci sono riferimenti precisi e voluti. L’immagine in copertina necessità la lettura per una decodifica consapevole (salvo probabilmente conoscere le abitudini del Sud, conoscenza a me preclusa). Ma la parola ‘madre’ nelle sue declinazioni più comuni è leitmotiv necessario, pressante, scivoloso, respingente, destabilizzante.

Allo stesso tempo, proprio in virtù di quell’anno di nascita, trovo notevole la capacità di Dora Albanese di dare il nome alle cose attraverso i corpi. Di tentare sguardi verso uno dei misteri del mondo, della vita, con la semplicità della nominazione. In questo libro la maternità non è scontata. Non è ‘una cosa’ o un ‘grappolo di cose’ che rimandano a precise sfere del vivere e giudicare comune. Nelle storie, differenti, mutevoli, scrostate, abbozzate, stridenti; in queste storie la maternità ha molti spigoli. Non è né bene né male bensì miscela variabile. E’ ammissione di dolore e amore, cura e perdita, ingresso e uscita. E’ diversità entro il sottile cordone ombelicale poi reciso. E’ abbandono di un’identità che si strappa da se stessa per accogliere nuove consapevolezza di sangue e sudore, puzzo e rinunce. E’ vedere in un altro individuo il bisogno di accudire e preservare scevro da vincoli genetici. E’ l’accettazione di un ‘sé’ che guarda al suo dentro con sospetto e paura, per l’avvento di altri ‘dentro’ a lui estranei poi gradualmente familiari. E’ la fuga da uteri soffocanti. E’ il viaggio entro un utero che si apre.

In questo libro ‘madre’ non si dice non soltanto perchè c’è un preciso aggancio del titolo alle prime cinquanta pagine, ma anche entro sensi più generali dove più facilmente sono i corpi, i gesti, taluni pensieri, che restituiscono la maternità entro forme mutevoli. La protagonista iniziale, che diventa ‘madre’ proprio nelle prime scene, si interroga a lungo sulla parola. E una frase ad alta voce che contenga ‘mamma’ (“Bevi a mamma” dico, e improvvisamente, come liberati da un incantesimo, tutti i presenti si sciolgono in una risata liberatoria. – pag. 24) la pronuncia sforzandosi, per dare soddisfazione a una platea in trepidante attesa composta da parenti e amici vari, volti a rendere teatrale l’atto che nella sua naturale evoluzione scatena deformazioni carnali, dolore, imbruttimento (reale o percepito soggettivamente dalla partoriente).

La lingua di Dora Albanese si sta formando, così come l’affondo in storie e la capacità di narrare voci, snodi, gestendo personaggi e contesti. C’è immediatezza e freschezza nell’incedere. Una sorta di carnale registrazione che galleggia, affonda, riemerge, galleggia un po’, pare perdersi poi di nuovo a prendere un ampio respiro prima di tornare negli abissi. Negli esordi si celano spesso aderenze da pelle ancora in crescita, non del tutto stabile tra ossa e muscoli.

Leggendo ‘Non dire madre’ ho avuto l’impressione che una certa ‘paura sottile’ abbia nascosto alcuni sottili strati epiteliali, come a voler proteggere un qualcosa di prezioso, fors’anche grezzo (per ora) che necessita di ulteriori tempi e spazi per rinforzarsi, rendersi capace di alzare fiero la testa e andare, seguendo nuovi sguardi, diventanto altro. Ma ci sono, trovo difficile ignorarli o tacitarli, guizzi, intenti, affondi, ruvidità, sincerità; ci sono tante storie sintomatiche di una produzione creativa in divenire. Ci sono ricerche linguistiche a tratti ancora in bilico ma ben consapevoli, non onde piuttosto salite e discese ferme nei movimenti orizzontali ma piene di verticalità, nuove esplorazioni. Mi sembra che in questo romanzo sia percepibile un approccio verso il narrare che (con modalità e risultanze non uniformi) lega sottilmente alcuni autori italiani contemporanei. L’uso dei corpi, della carne, dentro la narrazione dove di frequente da oggetti-comparse, diventano voci dirette, espressioni cristalline anche di un ‘dentro’ difficile, che le parole sole non riescono ad esprimere direttamente. La narrazione parte privilegiatamente dalla dimensione ‘intima’ di almeno un personaggio, dal quale si diramano i tentacoli che strutturano la storia entro coralità di corpi, intenti, volti e gesti. Però mi pare che l’attacco, l’inizio’ arrivi non tanto dall’ ‘ombelico’ (come invece si strilla spesso nei dibattiti recenti) che è dunque dimensione individuale ‘bloccata’ piuttosto da ‘viscere’ che contorcendosi richiamano altre viscere (quelle del lettore evidentemente).

La maternità è tematica che difficilmente può considerarsi sterilmente ombelicale. Proprio per questo diventa ‘arma’ pericolosa, già intensamente trattata, osservata, sezionata e standardizzata. Dora Albanese la stringe tra le mani con cautela e rispetto, non nega pensieri (di qualunque provenienza, derivazione e umore), non disdegna virate, silenzi e riprese più nette. Ma soprattutto si ‘muove’. Le storie sono autonome anche grazie ai ritmi che le cadenzano, la capacità di spostare campi visivi ruotando collo e corpo tutto. I tentativi di entrare anche silenziosamente in vite sconosciute, ascoltare per capire il necessario poi lì fermarsi. Ed eventualmente proseguire pensando, mentre già la narrazione si è spostata, ha preso un altro mezzo, un bus appena passato, un treno, una zattera, l’asfalto…

Mi piacerebbe, cara madre, regalarti una carezza per placare la tua rabbia, e comporti i capelli in una corolla ben fatta, perché ogni madre del sud raccoglie i suoi capelli, e li tiene stretti e composti, in segno di rigidità e di mistero quando cammina per la piazza e cresce i figli. Poi, quando è notte, la corolla si scioglie, e il volto di voi madri, prima duro e impenetrabile, ritorna a essere quello di bambine davanti allo specchio. (pag.42)

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