L’esatta sequenza dei gesti

di malicuvata

Autore: Fabio Geda
Titolo: L’esatta sequenza dei gesti
Edizioni: Instar, Torino, 2009
Pagine: 237

di Giovanni Currelli

Il rischio era quello di ritrovarsi invischiati nella trama di un film di Ferzan Ozpetek, nulla di personale nei confronti del regista di origini turche, ma il timore di ritrovarsi immersi nell’ennesimo dramma familiare dove tutto finisce per complicarsi a causa dell’impulsività dei vari personaggi è insito nelle prime pagine di questo romanzo. Ma Geda piace anche perché ha saputo rischiare. Minori in affidamento, servizi sociali, educatori e famiglie in scollamento: con questi dati di partenza la probabilità di scadere nel patetico era molto alta, invece il giovane scrittore torinese mostra una capacità da veterano nel mantenere la storia su avvenimenti mai scontati e senza mai dover ricorrere a moralismi dozzinali per accattivare il lettore superficiale. Sono tanti infatti i meriti ascrivibili a Fabio Geda e primo fra tutti ci piace menzionare il controllo sulla storia. La struttura intrecciata delle varie vicende che andranno poi ad unirsi in un’unica principale era sicuramente una sfida non facile ma che è stata ampiamente vinta, ogni “episodio” infatti viene interrotto al momento giusto prima di ricominciare qualche capitolo più in là. Uno stratagemma ben utilizzato che “rischia” di far leggere il libro tutto d’un fiato e che regala ai lettori un romanzo già pronto per una trasposizione cinematografica senza bisogno di riscritture.

Ma ci sono altre osservazioni positive da fare su questo romanzo: intanto quella che potrebbe sembrarvi una banalità, ovvero, Geda ha il merito di raccontare una storia e sembra voler effettivamente raccontare solo una storia. Grazie al cavolo -direte voi- è uno scrittore, cos’altro dovrebbe fare? Il fatto è che non sembrano esserci fini secondari ma solo l’intenzione di raccontare qualcosa, questo non vuol dire che il romanzo in questione non stimoli alcune riflessioni, anzi, sicuramente molte persone si ritroveranno empaticamente con i personaggi del romanzo e si potrà dibattere sulla situazione dei servizi sociali in Italia, sulla difficoltà di essere educatore, sulle difficoltà familiari e su vari disagi sociali come depressione e alcolismo, ma la principale intenzione dell’ autore è quella di narrare. Non poco in un periodo dove molto spesso l’interesse per la lettura dev’essere stimolato attraverso la condivisione di una protesta sociale o cose simili. Ed anche in questo Geda ben riesce.

Ci sarebbero altri meriti da evidenziare: dall’ottima caratterizzazione dei personaggi al linguaggio utilizzato, sempre adatto al personaggio cui si riferisce; ma per non essere troppo adulatori andiamo a cercare il pelo nell’uovo. C’è? Forse no, ma lanciamo una provocazione.

Il romanzo, come detto, è strutturato con un intreccio di storie che vanno poi a ricollegarsi in una sola ma è intervallato da alcune pagine di un blog di uno dei protagonisti del racconto (Ascanio Berardi). Come interpretare tale particolarità? Merita menzione? La verità è che in questo romanzo l’inserimento di alcune pagine del blog di Ascanio Berardi ben si sposa con il dipanarsi della trama e spesso interrompe le altre storie in momenti adatti, mantenendo sempre vivo l’interesse del lettore. Ma c’è un dubbio che viene leggendo romanzi recenti di molti giovani autori: è evidente come tantissimi cerchino di dare vivacità alla struttura con espedienti simili (una lettera, una canzone, citazioni da uno stesso libro), non tutti con risultati positivi come in questo caso. Come interpretare questa tendenza? Forse un tentativo di mascherare una mancanza di creatività? Forse un modo per distogliere il lettore da una storia che diversamente sembrerebbe troppo piatta? Non è certo il caso del romanzo in questione ma sembra che la sfida più interessante in tema di struttura del romanzo non siano più le ardite sperimentazioni con strutture complesse e artefatte ma la scrittura di un romanzo di costruzione classica senza interruzioni, intrecci o sovrapposizioni.

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