Facciamo finta che sia per sempre

di malicuvata

Autore: Ilaria Giannini
Titolo: Facciamo finta che sia per sempre
Edizioni: Intermezzi Editore, Ponte a Egola (PI) 2009
Pagine: 120

Di Antonio Tirelli

Definire il concetto di amore: difficile quando non impossibile. Definire l’amore e i sentimenti che ad esso si accompagnano: compito che probabilmente non sarà mai adempiuto correttamente dagli esseri umani. Non possiamo dare definizioni. Ma possiamo raccontare, descrivere il tutto mostrando alcune delle sue parti. Così fa Ilaria Giannini nel suo Facciamo finta che sia per sempre, affidando gli elementi del discorso amoroso a quattro esistenze inquiete, quattro protagonisti le cui vicende si intrecciano e vanno a formare una trama che, per quanto incompleta (potrebbe essere altrimenti, dato che stiamo parlando d’amore?), diventa exemplum. Caso esemplare delle conseguenze che certi sentimenti hanno quando la loro cifra è l’incertezza, l’abbandono scritto già prima dell’inizio di una relazione, l’immaturità che spinge talvolta a sottrarsi alla responsabilità di domandarsi: “Ma io, cosa voglio realmente?”

Scrive in maniera delicata, Ilaria Giannini, come chi possiede l’intento sincero di non voler parlare da alcun pulpito. I personaggi che ci mette di fronte appaiono talvolta estremi nei loro atti e nelle loro affermazioni, e potrebbero sembrare maschere, caratteri piuttosto che persone verosimili. Potrebbe essere un’imprecisione nel romanzo, ma è altrettanto possibile che ci troviamo di fronte alla pura esigenza di distillare una massa gigantesca di argomenti e convogliarla tutta nei volti di Stefano, Nicole, Martina e Paolo, affinché attraverso i loro movimenti sia visibile qualcosa che resterebbe taciuto se l’autrice li avesse resi più “umani”.
Non si pone ambizioni da sociologa, Ilaria Giannini. “Ho voluto declinare il tema dei rapporti d’amore in diverse storie e personaggi che hanno un unico denominatore comune: provare un sentimento forte e non essere maturi per gestirne le conseguenze; per questo i loro rapporti sono problematici e instabili” , dice la scrittrice rispondendo ad un domanda di chi sta scrivendo queste modeste righe.

Eppure, vien fatto di chiedersi se quel che leggiamo nel suo romanzo possa essere non solo la narrazione di quattro vite difficili, ma anche un’osservazione sul cinismo e sul disincanto dei tempi che corrono. Tempi che sono come il mare in burrasca che costringe anche i navigatori più esperti a compiere manovre difficili, rischiose.
Tempi in cui è facile che anche le imbarcazioni più solide colino a picco rovinosamente.
E anche quando arrivano in porto – e spesso il porto non è la destinazione ma soltanto uno scalo provvisorio – è frequente che quelle imbarcazioni siano semidistrutte, da riparare urgentemente.
Se non da ricostruire.

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