L’ombra

di malicuvata

Autore: Turi Vasile
Titolo: L’ombra
Edizioni: Hacca, Matelica (MC) 2009
Pagine: 166

l'ombradi Giuseppe Merico

La raccolta di racconti di Vasile si apre con un’affermazione che è un invito al viaggio: “ non so francamente, da dove vengo, anche restando nell’ambito del mondo in cui vivo…” E di viaggio si tratta quando ci apprestiamo a scorrere i suoi racconti. Si parte dalla Sicilia e dalla creazione divina con un Dio Padre che scaglia un fulmine sull’isola dando vita al vulcano. Viaggio non lineare che non procede, ma si incaglia in ricordi, in riflessioni di uno scrittore che sarebbe morto a breve, nel settembre del 2009. Già la si vede la morte, già se ne parla in modo scanzonato e derisorio nel racconto “L’abito da cerimonia”, nel quale la badante ucraina invita l’autore a comperarsi un vestito per il trapasso e Vasile si trova a fare da modello per un sarto che gli piomba in casa e gli prende le misure mentre lui lo lascia fare un po’ infastidito, un po’ divertito. Viaggio che è narrativa che viene allo scoperto, senza omissioni, senza imbarazzo; che si fa domanda insistente e si risponde con ciò che  l’essere umano può esperire nella sua breve vita. Da qui dunque nascono le ultime narrazioni di Vasile, da qui la ricerca della fede e la riflessione filosofica nelle parole del sofista Protagora, citato due volte. Ma “L’ombra” è anche un viaggio nella sicilianità dell’autore, la si avverte spesso, la si contempla nelle frasi in dialetto sparse qua e là in tutto il libro, una di esse dà voce a uno dei racconti più belli della raccolta: “Stella che corre”, dove si parla di un giovane pastore a cui la famiglia di Vasile diede riparo e protezione. Le parole del  pastore sono esemplificative di un modo di intendere la vita: “E’ stidda ca curri”; ovvero, “è stella che corre” che vuol dire subire il proprio destino. Si parte della Sicilia e vi si ritorna perchè le origini si fanno più forti quanto più si è lontano da esse, come è scritto dall’autore. Ma intanto si gira il mondo: Vasile lavorò tutta la vita nel cinema come produttore e regista al fianco di De Sica, Fellini e Antonioni e dei suoi viaggi reali e immaginari ci parla, della Nabibia dove si trovò  a cantare il Tantum ergo in gregoriano in pieno deserto assieme a un autista bantù e di Roma, la città che lo vide crescere ai tempi del fascismo e che, credo, gli diede notorietà. Racconti quali “L’anciddi” , le anguille, o “Il terremoto di Messina” sono l’omaggio che Vasile rende alla sua terra, questa lo insegue nei ricordi come lo inseguono tutti gli amici scomparsi di cui scrive nel racconto “Gli assenti da Pino Ribaudo a Lilli la Rossa” e ancora ne “La barca delle ombre” , ultimo di una trilogia che ha per tema l’ombra. E l’ombra si fa presente con la sua necessarietà  nella storia in cui un uomo regala la propria ombra e finisce per rimetterci in salute.
La scrittura di Vasile rivela con semplicità, a tratti con ironia, ma mai con amarezza anche quando racconta della moglie Silvana ridotta all’immobilità su un letto, senza parole se non quelle che canta al marito ricordando antiche canzoni. Il viaggio di Vasile termina con questo libro che è testamento e lascito e, proprio nel racconto che va a chiudere l’antologia, ecco che viene fuori con potenza l’amore per la scrittura. Vasile ci lascia esprimendo il desiderio di portare nell’al di là, due racconti: “La morte di Ivan Il’ic’ di Tolstoi” e “Il principe di Homburg” di Heinrich von Klest, l’invito è a leggerli per scoprire le nostre mancanze, quelle dei nostri tempi: la mancanza di solidarietà e del rigore morale o altrimenti citando l’autore: Non ci resta, in questa vita, che leggere i romanzi di Andrea Camilleri, tanto per ingannare il tempo e noi stessi.

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