Che cos’è la fantascienza?

di malicuvata

Di Davide Gianetti
Che cosa è realmente, intimamente, la fantascienza? Letteratura d’evasione, cappa e spada in salsa interstellare, puntualmente relegata ai margini del mainstream letterario? La figlia minore del filone fantastico ottocentesco in versione tecnologica? Oppure, come ha giustamente osservato Antonio Tirelli nella sua recensione al libro di Centamore, un tipo di “letteratura politica” che focalizza il suo interesse nei confronti “dell’umano”? Lo stesso Centamore, nella replica, declina questo riferimento alla “politica” nell’ottica di un’analisi critica al sistema di potere, qualunque esso sia, attraverso l’espediente narrativo che descrive un futuro lontano ma con sotterranee, e nemmeno troppo velate, allusioni al presente. Centamore porta gli esempi di Pohl e Kornbluth, maestri, almeno all’inizio (Pohl, a partire dagli anni ‘60 si dedicherà a fantascienza d’intrattenimento e Kornbluth – pur nella sua breve carriera – prenderà alla fine le distanze dalla fantascienza “sociale” scrivendo un saggio, The Failure of Science Fiction as Social Criticism, per dimostrare come questo genere letterario sia incapace di produrre significativi mutamenti dell’ordine costituito), di quella satira sociologica che allestisce un palcoscenico a noi cronologicamente alieno eppure perfettamente riconoscibile nei tic e nelle manie dell’uomo contemporaneo.

Da parte mia non posso che concordare con Tirelli e, semmai, radicalizzare ulteriormente: o la fantascienza è distopica o non è. Sotto questo profilo, l’interesse umanistico che Tirelli colloca a nucleo fondante della letteratura fantascientifica di matrice “sociologica”, è a mio parere incompleto. O meglio: è umanesimo che scaturisce da una lotta ingaggiata dall’individuo, immerso in un presente per sua natura totalitario, contro le leggi di un mondo nel quale è costretto a esistere. Ma c’è di più: attraverso la critica serrata allo status quo, si giunge a verità più nitide, meno adulterate (il potere adora rivendicare il primato della verità), si giunge al disvelamento della menzogna ultima che regge le fondamenta del potere stesso, si giunge infine alla consapevolezza della violenza insita nei rapporti di forza sociali. Non me ne vogliano gli appassionati di duelli intergalattici, di esotiche esplorazioni su mondi alieni, di tormentate storie d’amore nei gelidi spazi siderali del cosmo, ma la marginalizzazione culturale, prima che letteraria, della fantascienza, passa soprattutto da qui. Non è facile scrivere distopia: occorrono occhio lungo e orecchio fino. Occorre intuire, date le premesse, la direzione che una determinata struttura sociale imboccherà nel futuro. Qualcuno ci è riuscito, incidendo così a lettere indelebili il proprio nome nel grande libro della letteratura mondiale. Come non stupirsi al cospetto della straordinaria preveggenza di Zamjatin, di Huxley, di Orwell, di Bordewijck e, ai giorni nostri, di Pohl, di Dick o di Tevis? Autori – sismografi della crisi del proprio tempo e autori – profeti di un futuro non certo migliore.

Utopia e distopia, totalitarismo e libertà: diadi storicamente non confutabili e letterariamente feconde. Totalitarismo che, come un prisma, possiede molte facce: violento e brutale, come in Zamjatin e Orwell, persuasivo e dissimulatore (ma non per questo meno coercitivo) come in Pohl e Dick oppure totalitarismo che nasce dall’illusorietà di vivere in un mondo giudicato reale dietro cui, tuttavia, si celano ulteriori, maligne, realtà. Inquietanti multiversi infiniti, responsabili di un’alienazione e di una demolizione dell’ego di irredimibile malvagità (si pensi allo “gnostico” Daniel Galouye e alla sistematica decostruzione di ogni certezza ontologica presente in tutte le sue sottovalutate opere). Ecco perché il riferimento di Tirelli ad Asimov quale scrittore di fantascienza “sociale” mi suona ambiguo. Asimov è un costruttore di utopie. Il suo fervore tecnofilo e il suo febbrile razionalismo presuppongono un’antropologia ottimistica, opposta, per esempio, a quella di un Dick. A questo proposito si osservi, a mero titolo esemplificativo, sotto quale opposta angolazione Asimov e Dick rispettivamente immaginano le creature robotiche e come interpretano le loro azioni.

La fantascienza è dunque “letteratura negativa” per antonomasia? Senza arrivare agli estremi e agli abissi spalancati da opere come il Dottor Adder, la risposta, a giudicare dai risultati, è positiva. Nel momento in cui la fantascienza ricopre il ruolo di formidabile diagnosta dei mali sociali, prevedendone l’infausta e ulteriore degenerazione, ed evitando al contempo la tentazione di costruire nuovi mondi possibili – magari giudicati migliori solo perché proiettati in un arco temporale ancora in gestazione che il lineare incedere del progresso renderà più appetibili – essa diviene letteratura di testimonianza, resistenza disperata a un universo che sentiamo ostile e straniero.

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